<< back sANEDDOTI
nota:
considerata la diffcoltà di rendere alla perfezione alcuni suoni dialettali, ho preferito non complicare il testo con troppi segni di difficile lettura. Mi sono limitato ad evidenziare una sola, frequentissima lettera: la ë, il cui suono è assimilabile alla "e" muta francese.


"E' tuttë biastëmature"
"Chëmpà, tu quantë të në jé magnatë?"
"Scì cuntiéntë, maritë mié..."
"O bbà, sògna scurtëcà lu crastò"
"Scusëmë tantë..."
"E' lu mié lu pru-pru"
"Chi cë sta jo 'll'uorte?"
"E' li rigghië"
Bbé? Lu sëmarë chë porta li ròtë
Li rraviuolë dë Favalanciata
Lu scianzatë dë Sala
"Séma comë la luna dë Meschia"
"E lu solë cë sta dë faccia"



""""

"E' tuttë biastëmature"

""""


Un parroco di Meschia di Roccafluvione, voleva abbandonare la parrocchia. Così si presentò deciso al vescovo: "Ccëllienza, vogghië lascià lu paësë, përché su è tuttë biastëmaturë". Il vescovo volle rendersi conto di persona. L'astuto parroco ricorse ad uno stratagemma. Sostituì l'acqua benedetta con acqua bollente. Quindi suonò la campana. Ecco la gente radunarsi numerosa. Entrando in chiesa, portava la mano alla pila. E per ogni dito scottato... giù una bestemmia! Il vescovo prese atto della triste... situazione. E al sacerdote che era al suo fianco mormorò: "Figliolo, ti accontento per la tua sincerità".



""""

"Chëmpà, tu quantë të në jé magnatë?"

""""


A proposito di fichi, circola una storiella. A farne le spese sono gli abitanti di Meschia, frazione di Roccafluvione. Due amici erano andati a rubarli nottetempo. A un certo punto, uno domanda: "Chëmpà, tu quantë të në jé magnatë?" Risponde: "Na dëcina." L'altro: "Biata te! I ancora, nnë në pozzë fënì una." Incredibile ma vero. Dove il tronco si biforcava, pendeva una grossa zucca. Tanta era l'oscurità e, soprattutto, la fame, che uno dei ladruncoli l'aveva scambiata... per un fico. E dagli a mordere...



""""

"Scì cuntiéntë, maritë mié..."

""""


Circola nell'ascolano un esempio di rara pazienza. Marito e moglie. Questi si era messo in testa l'idea di far perdere, prima o poi, la calma alla propria consorte, nota per la sua eccezionale pazienza. Gliene combinava di tutti i colori, ma inutilmente. Un giorno d'estate, dopo la fatica della mietitura, giunse ad appiccare il fuoco ad una bica. La consorte, senza scomporsi, si avvicinò per scaldarsi e disse: "Scì cuntiéntë, maritë mié; lu fuochë è buonë l'istatë e li mmèrnë.



""""

"O bbà, sògna scurtëcà lu crastò"

""""


Un tempo, forse, i condimenti costavano più degli ovini. Uno dei condimenti necessari alla preparazione era lo "nzamì". In proposito si racconta un episodio. Un pastorello, tornando a casa dopo che gli si era spallato un montone, dice al padre: "O bbà, sògna scurtëcà lu crastò pë cocëlu!", "Véntëlu, essë cë vo' truoppë nzamì."



""""

"Scusëmë tantë..."

""""


Un contadino, sceso dalla montagna, un giorno sfogava la sua rabbia sull'asino, caricandolo di bastonate. Un vigile accorre: "Lei è in contravvenzione. Non sa che è proibito percuotere gli animali?" Il colono, rivolto al suo somarello, gli dice ad alta voce. "Scusëmë tantë. Mica lu sapié chë purë a nn'Asculë tenivë li... pariéntë!"



""""

"E' lu mié lu pru-pru"

""""


Dicono che sia successo a Meschia di Roccafluvione. Un contadino aveva raccolto una grossa zucca. Un tale, più astuto, gli dice: "Entrë a chiscë cë nascë li sëmarë". Tutto contento si avvia verso casa. Ma ad un tratto incespica, la zucca gli sfugge dalle mani, rotola per una balza, batte forte contro una quercia e si frantuma. Di sotto la quercia fugge spaventata una lepre. Una tortora tuba tranquilla: "Pru-pru! Pru-pru!". Il contadino la rimbrotta: "Zitta! Ca lu sëmarittë é lu mié, mica lu tuò".



""""

"Chi cë sta jo 'll'uorte?"

""""


Questo episodio è basato su un equivoco che circola ancora ad Ascoli. Le suore di un certo monastero, avevano dei meravigliosi broccoli nell'orto. Due furfantelli pensarono di rubarli. Una suora, nottetempo, avverte rumori insoliti, s'affaccia e domanda paurosa: "Chi cë sta jo 'll'uorte?" "Anëmë senza cuòrpë". "Chë së fa 'nquilladdrë munnë?" "Ppara sacchë e tagghia tunnë". "Së në salva quacchëdunë?" "Dë ì più picculë caùnë". Al mattino la sorpresa e la beffa. Si era salvato appena qualche piccolo broccolo.



""""

"E' li rigghië"

""""


Questi animaletti sono coinvolti in una storia che punge gli abitanti di Meschia di Roccafluvione. Costoro ebbero un'idea geniale: il sale costa e pesa sul borsellino delle fa miglie. Perchè allora non piantarlo? Fu più lungo dirlo che farlo. Immediatamente lo comprano e lo seminano. Ma nel campo non nasceva niente. Di chi la colpa? Un cervellone sospetta: "E' li rigghië!". Tutti gridarono: "Sogna 'mmazzalli". Nottetempo ecooli nel campo armati di fucili. All'improvviso un grilletto, ignaro, salta sul dorso di un cacciatore; un altro cacciatore, che segue a poca distanza, non ci pensa due volte, prende la mira, spara e dice: "Unë dë lorë e unë dë li nuostrë".


""""

"Bbé? Lu sëmarë chë porta li ròtë"

""""


Successe, molto tempo fa, ad Ascoli. Un contadino faceva trotterellare il suo somaretto sul marciapiede. Un vigile mlto zelante gli dice: "Lei è in contravvenzione. Il marciapiede è riservato ai pedoni!" Il contadino risentito, ribatte: "Bbé? Lu sëmarë chë porta li ròtë?"



""""

Li rraviuolë dë Favalanciata

""""


A proposito di ravioli, è famosa Favalanciata, frazione di Acquasanta. I suoi abitanti ne sono ghiotti. Nel passato, le donne li confezionavano in dimensioni spropositate. Si racconta che un giorno, non si sa come, un raviolo sfuggì di mano a un tale; rotolò per un bel tratto e finì sulla Salaria. Di lì a poco passò la corriera. Niente da fare. Il raviolo la bloccò in mezzo alla carreggiata!



""""

Lu scianzatë dë Sala

""""


Vi fu uno screanzato famoso a Sala di Roccafluvione. Trovandosi in comitiva, nelle feste, nei rinfreschi, era sempre il primo ad allungare la mano sulle vivande per prendere le porzioni più grosse. In tempo di carnevale, alcuni amici gli giocarono uno scherzo assai appropriato. Si organizzò una festa da ballo. Al termine fu servito un grosso piatto di ravioli. Sopra ne fu posto uno di eccezionali dimensioni, ma pieno di semola. A quel tale non sembrò vero di allungare per primo la mano. Ma subito dovette capire la lezione!



""""

"Séma comë la luna dë Meschia"

""""


Per comprendere la storiella è necessario conoscere il significato del verbo dialettale "sëmà": diminuire gradualmente il numero delle maglie nei lavori con l'agucchio, per restringere il pezzo lavorato. Per estenzione si riferisce anche alla luna piena che comincia a nascondere la faccia, cioè a calare. Esiste infatti il detto popolare "Séma comë la luna dë Meschia", ed è riferito alla storia seguente. E' una storiella pungente e campanilistica e, come è spesso accaduto, è riferita agli abitanti della ormai famosa Meschia. Gli abitanti di questa frazione, nel vedere la luna piena, grande nel cielo, una volta esclamarono: "Che pizza! Noi ne faremo una più grande!" Detto fatto. Di notte ecco molte donne al lavoro, ed ecco sopra un tufo un'enorme pagnotta rotonda! Gli uomini si affrettarono a fisarla sopra una grande quercia. E' o non è come la luna? Ma un astuto colono, la notte successiva, andò, salì, tagliò e mangiò... E così fece altre volte. Che meraviglia! La luna calante! ("la luna mò sema"). Ma purtroppo, gli abitanti di Meschia, non rividero la loro luna crescente.



""""

"E lu solë cë sta dë faccia"

""""


Per questa ragione si può anche ricorrere all'avvocato. Furono gli abitanti di Meschia di Roccafluvione, frazione ad ovest di Ascoli. Recandosi nel capoluogo, di mattino, avevano sempre il sole di fronte ("lu solë cë sta dë faccia"); tornando a casa nel pomeriggio si verificava la stessa cosa. Decisero di andare da un uomo di legge per interrogarlo sul da farsi. L'astuto avvocato rispose: "Venite di pomeriggio in Ascoli e al mattino tornate alle vostre case. Vi assicuro che il sole non l'avrete più in faccia". L'avvocato incassò la somma per l'illuminato consiglio e gli abitanti di Meschia andavano in Ascoli pë passëggià sotta a li Loggë, in altre parole per perdere tempo, non potendo concludere in quelle ore del giorno nessun affare.