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Anna Cecilia Poletti
Perché mettere le catene all'arte? La risposta ai tre quesiti, a mio avviso,
può essere tanto positiva quanto negativa. Ciò significa che si sta volando
basso. 1. "riequilibrare valori" più che a un fine artistico fa pensare a
un uso dell'arte. L'arte ha da sempre rotto gli equilibri... Se poi ci si
riferisce ai laboratori artistici che si possono realizzare ad esempio per
la "prevenzione del disagio giovanile" (terminologia abusata e quanto mai
vaga) allora può anche darsi che la risposta sia positiva ma, come già detto,
questo mi pare più un utilizzo dell'arte che può essere pari a un corso di
cucina, di ippica, o di sport. Senza nulla togliere a queste attività mi chiedo
però: è questa la specificità dell'arte? 2. "prevenire o combattere lo stress"
attraverso l'arte: anche qui la risposta è ambivalente perché dipende dalla
causa dello stress. Io sono musicista e non credo nella musicoterapia perché
per me la musica è da sempre stata una malattia...dovrei dedicarmi, forse,
a qualche altro tipo di arte per combattere lo stress causatomi dal suonare
in pubblico, ad esempio, ma non sarebbe la mia espressione. 3. "strumento
di lotta non violenta" ha il sapore del linguaggio politicamente corretto.
Perché la violenza non è solo fisica e l'arte, se vuol essere strumento di
lotta, deve essere in grado di "ferire" gli animi. Deve essere in tal senso
"violenta" altrimenti sarebbe inutile. Ciò premesso mi aggancio a delle riflessioni,
apparentemente estranee all'argomento, per esprimere quello che secondo me
è il ruolo dell'arte. Tempo fa guardando la puntata di Superquark su Marco
Polo m'è tornata la voglia di "viaggiare", complice la colonna sonora di Morricone
che, al tempo in cui uscì il film, aveva molto colpito la mia fantasia. (per
chi vuole http://www.youtube.com/watch?v=LVQc8FUik6U) Ricordo di quel periodo
la gita di terza media, proprio a Venezia: arrivammo di mattina presto e io
aprii gli occhi su quella città che emergeva dalla nebbia come un miraggio.
Fu un'emozione indescrivibile: pensai a Marco Polo. Che sussulto avrà provato
nel vedere la propria città comparire all'orizzonte dopo tutti quegli anni?
Pensavo alle mie sensazioni ogni volta che, dal traghetto, rivedevo i fari
delle isole di fronte Zara alle prime luci dell'alba e il porto, con i suoi
odori e suoni e colori. Era come far tornare a casa quella parte di me che
durante tutti gli altri mesi era stata a casa da un'altra parte. Venezia è
una delle poche città che mi ha restituito le aspettative che avevo prima
della partenza. Ci torno a volte in occasione della biennale d'arte e ogni
volta l'impressione è la stessa: il miracolo di Venezia non è solo nelle sue
fondamenta che resistono al tempo. E' come se le anime restassero intrappolate
fra quelle calli e quei ponti: la senti la presenza di Marco Polo, percepisci
le maschere, cammini e quasi ti sembra di seguire i passi di Gabrieli, Marcello,
Vivaldi. Non così Parigi, né Vienna: ho cercato invano l'eco dei versi di
Baudelaire, il profumo della rivoluzione, i passi di Debussy e Chopin, l'allegra
complicità di Mozart e Da Ponte. Guardando la trasmissione mi hanno bruciato,
a sorpresa, alcune sensazioni. Che tipo di società era quella in cui un viaggio
poteva durare 25 anni? che percezione del tempo si aveva? che valore si dava
ai rapporti umani? chi erano i punti di riferimento? le persone che si lasciavano,
quelle che si trovavano o i compagni di viaggio? Talvolta sono le esperienze
che negano la nostra natura quelle che alla lunga ne rivelano, consegnandola
alla storia, la vera essenza. Se Marco Polo, il viaggiatore, non fosse stato
imprigionato a Genova, costretto in una cella, non avrebbe incontrato Rustichello
e di lui, probabilmente, non ci sarebbe rimasta traccia. La cultura, e in
essa l'arte, è l'unico mezzo che finora sia stato in grado di farci viaggiare
anche nel tempo. Se devo trovare un ruolo per l'arte, in ogni tipo di società,
è questo. Esiste obiettivo più ambizioso? Chi scrive è consapevole che la
propria arte non le sopravviverà ma è certa, in ogni caso, di essere una tessera
di un gigantesco domino. Bach non sarebbe stato Bach senza una schiera di
contrappuntisti anonimi che lo hanno preceduto per secoli. A che serve questa
consapevolezza? a non confondere l'arte con l'uso che si fa dell'arte.
Saluti,
Cecilia
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Carlo Volpicella
Ho attraversato lunghe giornate a pensare che l'Arte e' l'unica via di FUGA
e priva di inganni e ho sempre lavorato per estendere l'Espressione che si
mostra un vero modo di vivere. La vera novita' e' togliersi di dosso ogni
pellicola contaminata e creare in ogni gesto in ogni sapore. E per chi come
me opera in un mondo lavorativo come l'Ospedale non ci sono alibi o scuse
l'Arte del rovesciare o sciogliere le tensioni mi aiuta in un cammino duro,doloroso
ma gioioso. Ogni sguardo,piega e urla poggiato sul dolore parla al cuore e
si fa' corpo e anima nella realizzazione di un'opera dell'Io vissuto intensamente.
Cordialmente
Carlo
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Patricia Vena
Forse nelle domande abbiamo usato la parola sbagliata.
"Arte" è una parola troppo carica di connotazioni, troppo
condizionata da significati che l'hanno accompagnata per troppo tempo.
Se al posto di "arte" ci fosse scritto "seblie", cioé
"espressione umana libera, linguaggio personale di ogni essere umano
attraverso il quale esternare i propri contenuti profondi e una volta fuori
poterli osservare, analizzare, comprendere o almeno provarci", credi
che le tue risposte sarebbero le stesse?
Penso sia chiaro che, fatta questa distinzione, l'idea che fare "seblie"
possa essere paragonata ad un corso di cucina, di ippica o di sport, rimane
fuori discussione. Non è insegnando a qualcuno ad accostare colori
su un foglio secondo le regole della pittura, ad imparare le scale musicali
a memoria o a copiare vasi etruschi in argilla che lo aiuteremo a superare
profondi disagi esistenziali ed ad integrarsi ad una società che non
lo accetta perché diverso, o ex tossicodipendente o carcerato, solo
per dare qualche esempio.
D'accordo, le domande sono troppo "semplificate", ma ciò
è voluto. L'idea era quella di non provocare risposte che entrassero
in un ambito troppo filosofico e astratto, ma di indurre ad analizzare la
possibilità che, forse, la soluzione, o la strada per arrivare ad una
soluzione, è molto più semplice, molto più a portata
di mano di quanto crediamo. Forse basterebbe aiutarci ad essere più
liberi nell'esprimere ciò che abbiamo dentro, ad avere meno paura di
essere giudicati, a sapere che, comunque vada, nessuno ci "punirà"
se sbagliamo, e potremmo gestire molte delle nostre problematiche sociali
e personali con un pizzico di leggerezza in più. Forse. Non ho certezze
al riguardo, ho soltanto il desiderio di provare ogni strada possibile.
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Iginia Bianchi
I quesiti proposti sono stati già ampiamente trattati
da vari pedagoghi,scrittori,dallo stesso Maxs Felinfer,Jean Baudrillard,Revault
d’Allons René Passeron,,solo per citarne alcuni dei più
moderni:Già nel 1884 Mario
Rapisardi (docente universitario) affermava che” l’arte è
morale per se stessa,l’arte è educatrice,ecco una risposta molto
vaga alla quale si può far seguito con altre domande.ma cosa intendete
per arte, cosa intendete per morale?E come si fa ad educare con l’arte?e
quali sono i rapporti che l’arte può avere con la morale?”
Ancora Rapisardi “la bellezza dell’opera d’arte non risiede
dunque nel perché,ma nel come di essa:non già nel concetto dell’artista,ma
nell’attuazione di essa:non nella facilità o difficoltà
dei mezzi adoperati,non nella grandezza o piccolezza del fine,ma nella vita
che egli ha saputo infondere nell’opera sua,nell’illusione che
ha saputo infondere nell’animo altrui”
Quindi non voglio fare dissertazioni, ma mi limiterò a riportare alcune
esperienze di docente.
Ho sempre ricordato con simpatia l’insegnante di filosofia,che ci fece
amare questa materia ,considerata, dai più, ostica , fin dalla prima
lezione,poiché dichiarò che ,quando l’individuo comincia
a porsi delle domande sulla propria esistenza,sul creato,su Dio, è
un filosofo,quindi per lei tutti gli esseri umani sono filosofi.
Questa riflessione ,secondo me,vale anche per l’arte. Tutti potenzialmente
potrebbero diventare artisti, i bimbi,infatti, amano il disegno,la musica,
la poesia,la drammatizzazione,la musica,la danza,doti che poi perdono nel
corso della loro vita.
Fin dal primo giorno di scuola parlavo di creatività e del ruolo dell’arte
nella vita,della sensibilità che hanno gli artisti rispetto all’uomo
comune,e mettevo in evidenza che i primi sanno leggere nel proprio e nell’altrui
animo ,rimangono colpiti dai vari aspetti umani(sofferenti, tristi,allegri),dalla
bellezza del mare,del cielo(Lo sapete ragazzi che ci sono persone che non
guardano mai il cielo?non hanno mai subito il fascino delle nuvole bianchissime
che si accavallano all’orizzonte,?) Il primo compito assegnato era la
composizione di una poesia :”Dopo cena ,quando avete fatto il vostro
dovere ,chiudete la porta della cameretta,aprite la finestre ,e, su un taccuino
scrivete tutte le sensazioni che provate,qualsiasi cosa:rumori,bisbigli,aliti
di vento,fruscii,luci,colori ,anche impressioni immaginate ,poi vi sedete
alla scrivania e consultate il dizionario dei sinonimi per sostituire le parole
più banali.” I ragazzi si entusiasmavano,un’allieva,sdraiata
sull’erba con il taccuino,ha scritto una poesia”estraordinaria”.Componevano
racconti e alcuni scrivevano anche libri.Quando c’era qualche calamità
naturale,li esortavo a immedesimarsi nelle situazioni dei loro coetanei che
erano costretti a vivere nelle tendopoli,e a scrivere un diario o una storia
Ad ogni gita si organizzavano concorsi di poesia,di pittura,disegno e fotografia,li
esortavo a notare le situazioni più caratteristiche e strane,sia di
cose che di persone,.Scrivevano anche commedie,parodie,
la più bella è stata quella di Ulisse,che non era più
l’eroe di Omero, ma un extracomunitario in cerca di una nuova terra
per fuggire dalla fame e dalla guerra .(hanno vinto vari premi nei concorsi
indetti dal comune di Roma)
Non soltanto con le creazioni cercavo di infondere loro i valori ,ma anche
con letture di libri classici e moderni,che trattassero argomenti in cui si
dava la priorità alla collaborazione, all’onestà,all’amicizia,alla
pace(La vita di Gandhi,di Martin luter King;MariaTeresa di Calcutta ecc.)
Ogni settimana c’era l’ora di argomenti vari,in cui i ragazzi
si sedevano in cattedra per spiegare agli altri il libro che avevano scelto
.Infine molta importanza davo al teatro,si recitavano sia commedie scritte
dai ragazzi che opere classiche,piaceva molto il “Giulio Cesare”di
Shakespeare.
Quando abbiamo adottato il Museo della Civiltà Romana,i ragazzi hanno
dipinto un poster in cui sono stati bravissimi nell’evidenziare il dramma
del popolo dacio,perseguitato dai romani.
Spero di aver dato loro dei valori,che dovrebbero accompagnarli per tutta
la vita.
Credo di aver risposto positivamente alla prima e alla terza domanda.
Per rispondere al secondo quesito bisognerebbe fare una distinzione tra il
fare arte in modo dilettantesco e fare arte in modo professionale,nel primo
caso si può aiutare a combattere lo stress o a prevenirlo,nel secondo
caso si potrebbe peggiorare,perché,come c’insegna la storia,i
grandi artisti(scrittori,poeti,scultori,pittori,musicisti ),già molto
sensibili, non hanno avuto una vita serena,alcuni di loro sono morti anche
suicidi,perché stressati dal loro stesso genio insoddisfatto,sempre
alla ricerca del meglio.
Cordialmente
Iginia Bianchi
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Iginia Bianchi
Vorrei rispondere ad Anna Cecilia Poletti,di cui ho apprezzato la sensibilità
con cui ha descritto il fascino di Venezia: L’arte non può fare miracoli,però
aiuta,infatti,spesso,malati in coma,si risvegliano dopo aver ascoltato le
canzoni dei loro cantanti preferiti e molti bambini riescono a superare le
difficoltà motorie di coordinamento,imparando a suonare piccoli brani musicali,anche
se non potranno mai diventare dei grandi musicisti. E’ di valido aiuto per
il recupero mentale anche la composizione di poesie,certo sono semplici,ma
non per questo meno belle di quelle che rispettano la metrica o usano un lessico
ermetico e complesso. Trascrivo due poesie di un mio alunno con gravi problemi
psichici e mentali(di cui non è il caso di dire il nome):
........................................Dalla finestra dell’aula ...........................................Teatro
.............................................. Albero verde .................................................Chiacchiere,
.............................................. Case marroni, .............................................donne,
....................................... vetri sporchi, ...........................................................risa,
.............................................fiori rossi, ...............................................................urla
......................................... chiasso, ...........................................................dell’insegnante.
.................................................... pallone che vola, ............................................TEATRO
................................................................ Urla allegre
Gli studenti hanno raccolto tutte i loro lavori in un libro ,intitolato “La
vita è…poesia.”
Quindi ha ragione Patrizia Vena,quando asserisce che l’apprendimento pedissequo
delle varie tecniche non può aiutare a superare i disagi dell’individuo. Ci
sono delle poesie,dei brani musicali ,dei quadri,perfetti,ma senza anima,freddi,che
non trasmettono nulla,,ripeto ciò che diceva Rapisardi l’arte non risiede
nella facilità o difficoltà dei mezzi adoperati,ma nella vita che l’artista
ha saputo infondere nell’opera.Paganini docet.
Cordialmente
Iginia Bianchi
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Anna Cecilia Poletti
Vorrei rispondere all'intervento di Iginia Bianchi riportando,
come ha fatto lei, qualche mia esperienza personale. La mia formazione è stata
musicale per scelta, scientifica per necessità. Mi spiego: nel periodo della
mia vita in cui venivano meno tutte le certezze, la scienza, e la matematica
in particolare (che per me era una filosofia di vita), era un appiglio senza
pari. La musica, che da sempre (da quando ho ricordi e i primi li ho dai 3
anni in poi) era stata la parte fondamentale della mia identità, mi creava
problemi: metteva a nudo la mia anima, mi faceva sentire scoperta, vulnerabile
e debole. Probabilmente non ero pronta a conoscermi né a lasciarmi conoscere
e mi nascondevo dietro la bellezza delle coniche, dietro la forza delle dimostrazioni
per assurdo, dietro le certezze delle formule in cui le variabili dovevano
per forza comportarsi in un certo modo, dato. Quanto era appagante! L'arte,
in quel periodo della mia vita, mi creava disagio; la matematica lo mitigava.
Abbandonai questa visione quando mi innamorai della mente umana: crescendo
mi accorsi che non avevo affatto bisogno di tutte quelle certezze, anzi, mi
erano di ostacolo. Questo per dire che, è vero che l'arte può aiutare a superare
disagi ma è vero anche che può crearne, è vero che un dipinto perfetto può
non comunicare nulla ma è vero anche il contrario, è vero che la musica può
svegliare le persone del coma ma è vero anche che è in grado di far perdere
il contatto con la realtà. Perché è arte e non scienza. Se non si distingue
questo passaggio si fanno danni immani. La parola "obiettivo" appartiene al
campo semantico dell'arte? (sì, se parliamo di fotografia) "Obiettivo" implica
un risultato raggiungibile e misurabile. Quale artista può esser certo di
sortire un determinato effetto? quale artista lo vuole in realtà? perché "obiettivo"
non appartiene all'arte. L'opera d'arte è quanto di più mutevole possa esistere:
ha miliardi di anime, frutti dell'incontro di artisti, opere e fruitori. La
musica poi, in tal senso, fra le forme d'arte è senz'altro la più sfuggente.
Gli effetti che può avere l'arte sono del tutto casuali, non programmabili.
Ovvero: può esserci un intento nella mente dell'artista ma i risultati sono
in balia della casualità, di variabili non controllabili. E' questo il bello,
secondo me: è questo che mi spaventava tanto. Come dicevo, se non si chiarisce
subito il confine, si rischia di far piovere sul bagnato. Oggi lavoro proprio
con i disabili psicofisici gravi. L'anno scorso avevo una ragazza autistica
grave, con crisi violente, che mi hanno lasciato in ricordo, stampate sulle
braccia, le impronte dei suoi denti e mi hanno costretto a girare per mesi
con ematomi mostruosi e capelli strappati. La psicopedagogista che seguiva
il suo percorso, saputo che son musicista, mi disse che per lei, che non parlava,
imparare a suonare uno strumento sarebbe stato molto terapeutico. Il ritardo
mentale associato alla patologia era importante ma decisi comunque di provare:
non era la prima volta che mi capitava. Dopo i primi tentativi decisi di sospendere.
La presenza della musica le faceva completamente perdere il contatto con la
realtà: il mio intervento didattico ed educativo doveva invece essere teso
a potenziare i momenti di presenza, di lucidità. La musica era d'ostacolo
e a suggerirla come "utile" non era stato chiunque ma una persona esperta.
(Ecco: "utile" è termine associabile all'arte?) Millantatori fanno passare
con il termine di musicoterapia qualsiasi intervento di educazione musicale.
Ogni mente è diversa e, secondo me, non possiamo neppure tracciare delle linee
generali su cosa potrebbe essere utile a mitigare (non a risolvere) dei disagi.
Personalmente ad esempio, posso essere convinta che la musica, soprattutto
se suonata in gruppo o il teatro con i giochi di ruolo, possano essere utili
in progetti contro il bullismo, ma non posso esserne certa perché la "variabile
incontrollabile" sta nei possibili fruitori, nel periodo particolare della
loro esistenza, nel gruppo particolare che si forma, nel luogo particolare
in cui si forma ecc. Quindi se è vero tutto ed è vero pure il suo contrario
forse l'errore è nella ricerca di senso. Forse l'indagine deve avvenire ad
altro livello. Forse stiamo indagando nel campo dell'uso e non dell'essenza.
Come dire: il coltello è utensile e arma. Bella scoperta! Allora dico che
bisogna elevare il concetto che abbiamo di arte. L'arte è. Come la persona
è. Completare la frase "l'arte è per...." equivale a completare la frase "la
persona è per..." Significa scoprire il senso della vita: chi può dire di
aver risposto? Scusate la lunghezza... Cecilia
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