|
|
|
|
|
|
Solo adesso, che ho deciso di scrivere sulla nostalgia per via della
lontananza dalla patria, da tante persone amate e dai luoghi che hanno
fatto parte di me, mi accorgo di essere stata una nostalgica da sempre.
Ho vissuto la nostalgia dell'infanzia, dei nonni che non ho conosciuto,
dei fratelli che non ho mai avuto, delle cose che non ho mai fatto, dei
luoghi che non ho mai visto, dei libri che non ho mai letto, dei figli
che non ho mai partorito...
Io, quella dal sorriso facile, quella sempre allegra insieme agli altri,
quella che sa prendere in giro se stessa facendo divertire gli altri,
ho scoperto di essere una nostalgica senza rimedio.
E' per questo che in queste pagine ci sono tutte quelle nostalgie e non
solo quella della Patria. Anche se quest'ultima è, forse, la più
grande perchè coinvolge e contiene tutte le altre.
UNA STORIA
Sono argentina e anche Maxs, mio marito.Io sono biochimica, lui artista
plastico.
Siamo discendenti di italiani e un giorno abbiamo deciso di emigrare verso
l'Italia dei nostri antenati.
Questa è una specie di cronaca delle nostre esperienze e dell'Italia
che abbiamo trovato: intende cioè, essere il racconto de "la
nostra Italia". È anche un omaggio alla nostra Argentina.
È una storia al presente.
È anche e soprattutto una catarsi.
Eravamo immigrati. Immigrati dell'anno 2000.
Un'esperienza diversa da quella dei nostri nonni, un'immigrazione con
caratteristiche nuove, con un ritmo proprio, con la stessa angoscia sotto
una forma diversa.
Eravamo immigrati. Stavamo in mezzo alla hall di Fiumicino con le nostre
sei valigie, i nostri occhi aperti così, a 15.000 chilometri da
casa, con una agenda piena di indirizzi e numeri telefonici di gente sconosciuta,
amici di amici, parenti di conoscenti,....possibili contatti..... potenziali
mani tese. Ma soli, tangibilmente soli e quel che è peggio senza
possibilità di comunicare, gli italiani d'Italia non parlavano
come gli italiani d'Argentina, non capivamo niente e neanche loro capivano
noi.
Nonostante tutto, l'euforia superava l'angoscia in quei momenti. La novità,
la scoperta, voler vedere tutto, ubriacarci gli occhi di tanto paesaggio,
tanta storia. Venivamo da un continente giovane,il Sud-America, il nostro
Sud-America senza medioevo, senza castelli, né torri, né
paesini antichi. Tutto questo ci affascinò, ci incantò e
mitigò in quei primi momenti il dolore della distanza, degli affetti
che rimanevano dietro. Credo che neanche ci rendessimo conto di cosa avevamo
lasciato alle nostre spalle. Non misuravamo in tutta la sua ampiezza lo
sradicamento che avremmo vissuto.
Ricordo due sensazioni che si registrarono da qualche parte nella mia
mente durante quei primi giorni a Pescara; due sensazioni forse contraddittorie,
ma ugualmente forti; una l'odore dei bar italiani, che dopo indentificai
come una mistura di aroma di caffè espresso e di paste appena fatte
e che da allora chiamo "odore d'Italia"; l'altra la soffocante
necessità di sentire parlare spagnolo. Le ho definite contraddittorie
e ora aggiungo primarie, giacchè la prima, "l'odore d'Italia",
era un fatto piacevole, gradevole e rappresentava in qualche modo il mio
primo punto di contatto positivo con il nuovo habitat, che sembrava ricevermi
con un certo calduccio accogliente, mentre la seconda era la prima materializzazione
di tutte le barriere che, in quel momento ancora non lo sapevo, avrei
dovuto attraversare.
Il nostro primo mattino in Italia.
- E va bene, eccoci qua... e adesso? - esattamente la domanda che ci si
poteva aspettare da me, ho sempre depositato su di Maxs il ruolo di chi
prende iniziative, io poi mi metto al suo fianco, ascolto attentamente
il piano d'azione e comincio a camminare nello stesso senso. Perchè
mi fido della sua capacità di prendere certe decisioni o per comodità?
Probabilmente per ambedue le ragioni.
- Adesso cominciamo a muoverci - Anche questa una tipica risposta di Maxs.
Fare per ottenere risultati, per mitigare l'angoscia dell'incertezza.
Così, dopo parecchie telefonate, ci mettemmo in contatto con un
mio cugino che studiava a pochi chilometri da Pescara; venne a prenderci,
e andammo ad abitare provvisoriamente in una casa in affitto in un piccolo
paese della costa adriatica, Grottammare.
Credo che sia lì il luogo dove inizia veramente la storia.
Seconda barriera, il lavoro; come ho già detto, la prima fu la
lingua. Ad ogni modo, la numerazione corrisponde soltanto all'ordine in
cui sono apparse dette barriere che non avevano neanche la delicatezza
di apparire ognuna quando era già stata superata la precedente
ma si sovrapponevano e coesistevano in una tale confusione che non riuscivamo
a classificarle secondo l'ordine d'importanza.
Il lavoro... prima differenza con l'immigrazione del nostro paese. A quei
tempi, chi emigrava in Argentina difficilmente aveva un titolo di studio
o un mestiere specifico e quindi non era molto diverso il tipo di lavoro
che poteva svolgere nel suo paese d'origine o in Argentina.
Noi invece, venivamo con le nostre lauree e i nostri diplomi in mano,
con tanto di timbri, firme, legalizzazioni, traduzioni, ecc. e depositavamo
su di essi le nostre aspettative occupazionali; erano una sorta di chiavi
magiche che ci avrebbero aperto le porte del successo nella vecchia Europa,
che venivamo a rivitalizzare con il fuoco sacro del nostro sapere.
Non servivano a nulla. A nessuno interessavano i nostri diplomi da "terzo
mondo" e ben presto imparammo che le possibili strade da seguire
erano due: fare quei lavori che tanti italiani non volevano fare e che
noi stessi non avremmo fatto nel nostro paese, anche se, bisogna riconoscerlo
qua venivano retribuiti in modo che permetteva di vivere decentemente
mentre in Argentina no; oppure ottenere i contatti adeguati affinchè
qualcuno ci permettesse di dimostrare che sapevamo fare quel che i nostri
diplomi dicevano che sapevamo fare.
Non durò troppo a lungo il nostro vivere nell'appartamento di Grottammare;
dovevamo lasciarlo dopo un mese perchè era già stato affittato
per l'estate.
Era soltanto la nostra prima base di operazioni, una pausa per poter pensare,
più o meno tranquillamente, a cosa fare e come.
Maxs quasi non si concedeva riposo, vedeva gente, faceva telefonate, correva,
cercava. Ottenne proposte per presentare una mostra di pittura, ma non
aveva i quadri, bisognava farli, il che significava un investimento di
denaro e tempo che non eravamo in grado di affrontare. Intanto io vivevo
un misto di sensazioni, dal permanente stato d'incantamento, al terrore
irrazionale di trovarmi da sola di fronte a un italiano e dover comunicare
con lui. Era il problema della lingua che mi soffocava e immobilizzava.
Non mi staccavo neanche per un minuto da Maxs.
Per quanto riguarda il lavoro cercavamo, ognuno orientandosi verso quello
che sapeva fare. E qui scoprii, o forse presi coscienza, che ero in condizioni
d'inferiorità. Maxs prendeva contatti come pittore, si presentava
come grafico, si offriva come tecnico in elettricità, faceva domande
in agenzie pubblicitarie. Io mostravo in tre o quattro laboratori di analisi
privati (a livello pubblico neanche pensarci), la mia laurea in biochimica.
Era l'unica cosa che sapevo fare, avevo dedicato quasi la terza parte
della mia vita a imparare a fare analisi chimico-cliniche e microbioligiche.
Scoprii che l'Italia non stava aspettando con ansia il mio arrivo perchè
io mettessi al suo servizio il mio vasto bagaglio di conoscenza della
materia.
L'abitazione, terzo ostacolo. Non avrei mai creduto che potesse essere
così importante per me l'avere un posto mio, e non mi riferisco
a una proprietà economica. Non avevamo intenzione di comprare una
casa, aspiravamo soltanto a poterne affittare una in modo permanente.
Avevo vissuto quasi tutta la mia vita nella stessa casa e quindi mi risultava
naturale riconoscere ogni angolo, ogni mattonella. Avevo bisogno di questo.
In Italia non era facile; non lo era per gli italiani, figuriamoci per
noi, nessuno ci conosceva, stranieri che "chissà se poi se
ne andranno quando ci serve la casa". La legge italiana rende difficile
lo sfratto se gli inquilini non hanno una casa dove andare.
Cinque case in due anni sono troppe per chiunque, anche nel proprio paese.
Anche questo problema si risolse.
Maxs cominciò a lavorare per una agenzia pubblicitaria. Io subii
un intervento chirurgico, una formazione ovarica che bisognava asportare.
Erano due mesi che resiedevamo in Italia, non riuscivo ancora ad impadronirmi
della lingua e ciò rendeva ancora più difficoltosa la mia
già difficile comunicazione con i medici, che, lo scoprii in quel
momento, avevano con i pazienti un rapporto diverso da quello dei medici
argentini; mi riferisco all'eccessivo formalismo, alla poca confidenza
e soprattutto avevo l'impressione che non davano molte spiegazioni, come
se pensassero che tanto io non avrei capito (perchè ero straniera
o perchè ero una paziente?).
Questo atteggiamento ebbe una certa inversione di tendenza, quando riuscii
(o meglio Maxs riuscì) a far loro capire che ero biochimica.
Quei 20 giorni in clinica non furono facili; Maxs aveva appena cominciato
a lavorare e non poteva stare tutto il tempo con me.
C'erano alcuni amici recenti che venivano a trovarmi, ma credo che aspettassi
altri volti, volti cari che erano tanto lontani.
Finalmente mi informarono che tutto andava bene, che non correvo alcun
pericolo e potevo tornare a casa. Un'altro scoglio superato.
Mentre Maxs si faceva strada nel suo lavoro, io mettevo alla prova le
mie forze psichiche facendo lavori occasionali, una lavanderia, una impresa
di pulizie, la vendemmia, una signora anziana da curare. Niente da fare,
non mi rassegnavo a rinunciare alla mia professione, nè al mio
titolo di dottoressa.
Feci delle indagini per sapere cosa dovevo fare affinchè la mia
laurea venisse riconosciuta in Italia. Un grande amico, Angelo, si occupò
personalmente di questo, informandosi nelle università e finalmente
arrivò la risposta: dovevo dare un esame iniziale in modo che potessero
valutare il mio livello di conoscenza, dopo di che avrei dovuto fare almeno
tre anni di studi universitari.
La mia decisione fu immediata; avevo già superato le molte difficoltà
che la mia carriera presentava in Argentina e il mio tempo di studio e
preparazione per esercitare la mia professione era già passato.
Volevo lavorare e mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato,
perciò decisi che se la mia laurea, tale e quale come era, fosse
stata accettata, bene, altrimenti, avrei lavorato in un'altro campo. La
lingua smise di essere un problema, scoprii con sorpresa che mi appassionava
lo studio del linguaggio e che, inoltre, mi risultava facile; quasi naturalmente
incorporavo elementi, intonazioni ed espressioni, che arricchivano e fluidificavano
il mio italiano.
Credo che mi spaventasse così tanto la possibilità di essere
ridicola parlando male, che inconsciamente facevo sforzi incredibili per
apprendere ogni dettaglio e ricordarlo.
Anche la casa smise di essere un problema; finalmente avevamo una casa
per un periodo di tempo ragionevole, nella quale potevamo cominciare a
mettere un tocco di noi stessi, in modo da poterla sentire casa nostra.
Per quanto riguarda il lavoro, almeno Maxs si creava uno spazio e un nome
nell'ambiente pubblicitario della zona. Certo, non gli restava molto tempo
per dipingere, ma eravamo convinti che sarebbe arrivato il momento.
Quindi il tempo passava, noi ci affiatavamo sempre di più nel nuovo
ambiente e molte delle barriere restavano indietro. Almeno quelle più
tangibili, quelle più "fisiche" per dirlo in qualche
modo. Certo, ne apparivano altre.
Guardare lontano
e non vedere orizzonte,
non vedere quella riga
retta e familiare
della nostra pianura.
Guardare lontano
e vedere una riga spezzata
attraente
ma estranea.
Cercare il fiume,
e trovare il mare.
Cercare i gesti
del codice proprio,
conosciuto e comune
e non trovarli.
Dover imparare
messaggi nuovi
che non ci esprimono,
però ci eguagliano,
il vecchio trucco
di tutte le specie,
il mimetismo
per sopravvivere.
Devo chiarire che questo paesaggio, pieno di ritmo, colori e movimento,
mi affascinò e continua ad affascinarmi, anche se non riesco a
sentirlo proprio. Continuo a sentire più naturali le infinite pianure,
i lunghi chilometri desolati delle nostre pampas.
Sono due linguaggi diversi e amo tutti e due, in diversi modi.
Linguaggi... codici... ecco uno dei nuovi ostacoli che trovammo; non di
quelli più immediati, ma quelli che apparivano con il tempo, con
il conoscere gente, con lo stabilire contatti umani.
Eravamo in grado di parlare italiano e di stabilire comunicazioni formali,
ma ci mancavano quegli altri codici, quelli interiorizzati lungo un'infanzia,
lungo un'adolescenza, lungo una vita e che noi avremmo dovuto imparare
in così poco tempo.
Però, è possibile impararli? È possibile veramente
incorporare elementi al nostro linguaggio parlato, gestuale e corporeo,
che hanno a che fare con vissuti, sentimenti, esperienze? Credo sia questa
la GRANDE BARRIERA; è come se fossimo appena guariti da un'amnesia
e quindi potessimo relazionarci con quelli che ci circondano soltanto
su un piano presente, senza passato, il che crea sempre la sensazione
di restare fuori, perchè ogni presente è sempre un risultato
del passato. E loro e noi abbiamo passati diversi.
Ed è qui dove compare la contraddizione. Sì, perchè
da una parte mi piace sentirmi parte di loro, mi piacerebbe riconoscerne
le tradizioni, i ricordi, il passato; dall'altra, quando mi trovo in un
gruppo di argentini e usiamo i nostri codici, ricordiamo il nostro passato
(non quello dei libri di storia, ma quello che si registra nella memoria
collettiva) e ridiamo delle cose che ci fanno ridere... mi sento a casa.
Contraddizione è la parola più adatta per definire i nostri
sentimenti; credo che tutti noi, argentini - italiani, italiani - argentini,
o comunque ci chiamiamo, quel che vorremmo è poterci portare l'Argentina
in Italia, cioè la nostra gente, le nostre abitudini, i nostri
sabato sera e i nostri "asado"(Piatto tipico argentino basato
in un speciale modo di cottura della carne alla bracce.) della domenica,
in questa terra che ci piace, in questo sistema socio - politico - economico
che ci permette di vivere e crescere come persone senza i sobbalzi e le
angosce che erano parte della nostra vita in Argentina.
La maggioranza di noi, che ha fra i 20 e i 50 anni, non ha conosciuto
la sensazione che produce il fatto che per mesi e mesi i prezzi nei negozi
non cambino; per noi l'inflazione era parte dell'economia di un paese.
Non immaginavamo neanche come fosse la politica in mano solamente ai civili,
senza che i militari costituissero una alternativa di potere ogni volta
che un governo era in crisi.
Sì,a noi piacerebbe portare l'Argentina in questo paese dove il
dollaro costa sempre uguale, lira più lira meno.
Inoltre, siamo in Europa, dove accaddero tutte le cose importanti del
mondo, secondo quanto dicono i libri di storia argentina.
Ci riusciva difficile fare amicizie. All'inizio e per un lungo periodo,
cercavamo (inconsciamente credo) persone in cui depositare quel sentimento
così essenziale per noi, l'affetto verso l'amico. Questa ricerca
ci portò a sbagliare molte volte, a conferire quel ruolo di cui
avevamo tanto bisogno a persone che non ne avevano le caratteristiche.
Ci inventavamo amici che in breve tempo ci deludevano ma la colpa non
era loro, era nostra; eravamo noi che li pretendevamo a nostra immagine
e somiglianza, loro semplicemente erano come sempre erano stati.
Con il tempo imparammo, tranquillizzandoci.
In modo naturale, si venne producendo una decantazione che rinforzò
i legami con le persone con cui avevamo veramente qualcosa in comune,
lasciando indietro gli altri.
Maxs ed io non ci siamo mai ghettizzati rinchiudendoci nel circolo di
argentini che conoscevamo, perchè abbiamo avuto sempre chiaro che
essere argentini non è condizione necessaria e sufficiente per
essere un amico. È per questo motivo che coloro che restavano affettivamente
intorno a noi nel processo di decantazione, erano indistintamente argentini,
italiani, marocchini, o di qualunque altra nazionalità.
A questo punto può sorgere la domanda: e la famiglia? Solo gli
amici contano?
Non so come sia per gli altri ma nel mio caso personale posso dire che
mi è stato più facile portare con me la mia famiglia che
i miei amici. Intendo dire che ho sempre sentito i miei genitori intorno
a me, anche se non erano qui; con gli amici è diverso, come se
avessi bisogno della loro presenza fisica per sapere che ci sono.
Un giorno in televisione, dissero che in Argentina c'era una rivolta
militare e vedemmo immagini di scontri armati, gente nelle strade.
E fece male. Fece molto male. Più che quell'altra volta, quando
eravamo "là" e la vivemmo da dentro. Erano immagini tanto
uguali ad altre che si vedevano ogni giorno nei telegiornali e nello stesso
tempo tanto diverse perchè venivano da "là", venivano
da "casa".
Questo si è ripetuto, una, due volte... e ogni volta lo stesso
dolore, ogni volta la paura... ancora? Torneranno?
...Un modo un pò brutale di ricordare perchè emigrammo.
La prima volta che qualcuno ci disse, in tono di pretesa di scherzo,
"mah! che ne sapete voi, che venite dal terzo mondo!", ci sentimmo
molto male. Pensai che fosse una sfida, qualcosa che ci spingeva a lottare,
a non arrenderci malgrado le condizioni che inizialmente ci potevano essere
avverse.
Con il tempo capivamo che ci sono diversi tipi di sottosviluppo e che
questo è relativo, cioè, si può dire che "questo"
è più sottosviluppato di "quello", o "quello"
più sottosviluppato di "quest'altro".
Scoprivamo che il sottosviluppo più notorio dell'Argentina è
di tipo economico in confronto a questo "primo mondo che ci tocca
vivere", però non è così nel piano culturale,
dove abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è
più aperta, più capace di evoluzione rispetto a quella che
riscontro nella società italiana; come se il peso della storia
che porta sulle sue spalle la costringa a camminare piano, perchè
non cada qualche tradizione di troppo strada facendo.
Devo chiarire che abbiamo anche capito che questo fenomeno di "rallentamento"
nell'evoluzione socio - culturale è specialmente marcato nella
zona d'Italia in cui ci siamo stabiliti e cioè quella centrale,
che, come tale, gode di tutti i progressi tecnologici, dei confort del
nord del paese, mentre conserva la mentalità tradizionalista e
quasi medievale del centro - sud.
Fu precisamente questa caratteristica che sin dall'inizio creò
in noi la sensazione di trovarci in una strana dimensione nella quale
il passato e il futuro coesistevano confondendosi... e confondendoci.
Sì, perchè conferivamo a persone che avevano accesso a certi
livelli tecnologici e persino scientifici, livelli corrispondenti di preparazione,
informazione e cultura che non sempre possedevano.
Abbiamo dovuto imparare tanto in così poco tempo... però,
dopotutto è una attitudine molto sviluppata negli argentini. La
necessità che si presentava nel nostro paese di incorporare nuovi
parametri, di adattarci a nuove situazioni e di farlo velocemente affinchè
la "selezione naturale" della sopravvivenza del più atto
non ci lasciasse fuori, ci ha permesso di superare anche questa prova
e in moltissimi casi con pieni voti.
No, non voglio dare l'impressione che questa nostra esperienza di immigrati
in Italia si sia sviluppata in tappe perfettamente definite, la prima
delle quali fu una lunghissima successione di sofferenze, nostalgie, chiusure
e solitudine che una volta superate lasciarono il posto a uno stato di
serena integrazione nella nuova realtà, dove ormai ci si erano
aperte tutte le porte, ...e "colorin colorado" (Modo in cui
terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola).
Se così fosse stato avrei scritto una telenovela e non questa specie
di cronaca disordinata e forse confusa, che tuttavia considero molto più
fedele alla realtà, e quindi ho deciso di lasciarla così,
senza cercare di ordinarla in prolissi e successivi capitoli.
No, non è andata così, almeno non per Maxs e me. È
stata, e continua ad essere, un groviglio di quelle due immaginarie tappe.
Mentre, meravigliati, scoprivamo paesaggi e paesini stupendi, lottavamo
gomito a gomito contro le ostilità, comprensibili ma non giustificabili,
di una società non abituata ad accogliere altre culture, una società
che, anzi, era stata storicamente emigrante nel mondo e perciò
non era equipaggiata neanche a livello legislativo per incorporare persone
che venivano da altre realtà. Non sapendo cosa fare con noi, gentilmente
ci ignorava.
Mentre acquisivamo nuove abitudini gradevolissime come quella di godere
dei fine settimana passeggiando, andando a trovare gli amici o più
semplicemente facendo i nostri lavori a casa, senza preoccupazioni per
quale sarà il prezzo del dollaro lunedì, o se ci saranno
possibilità di una nuova rivolta militare, discutevamo appassionatamente
con coloro che, quando venivano a sapere che eravamo argentini, commentavano
placidamente: "ah! Rio de Janeiro!".
Voglio dire che vivevamo nello stesso tempo e con la stessa intensità
gli aspetti positivi e negativi di questa esperienza.
Dovemmo anche toglierci di dosso certi "tic" profondamente radicati
nella nostra condotta.
Come quello di subire un improvviso attacco di tachicardia ogni volta
che vedevamo un poliziotto o un carabiniere. (Qui, se non si è
un delinquente non c'è motivo di aver paura della polizia).
Oppure quello di attraversare le strade di corsa, in un perfetto calcolo
del rapporto tra la distanza e la velocità con cui una macchina
si avvicina e il tempo necessario per arrivare all'altro marciapiede senza
essere schiacciati dal bolide. In ripetute occasioni mi sono trovata in
un angolo, sul bordo del marciapiede ad aspettare che passasse una macchina,
la quale per qualche ignoto motivo si era fermata a un paio di metri da
me, finchè dopo aver scambiato sorridenti sguardi col conducente,
mentre mi chiedevo: "e questo che cavolo aspetta a passare?"
mi rendevo conto che appunto, il signore stava aspettando che io mi decidessi
ad attraversare, per poter così continuare la sua strada.
Allora, col viso più rosso della bandiera russa e con un'incomprensibile
successione di inchini con la testa verso il paziente automobilista, mi
slanciavo precipitosamente verso l'altro marciapiede.
Sì, è vero, ci siamo visti costretti a incorporare nuovi
codici di convivenza; abbiamo dovuto imparare a muoverci in una società
che, per quello che riguarda la condotta sociale, era più "civile",
per dirlo in qualche modo. È come se i nostri comportamenti sociali,
mi riferisco a quelli collettivi, fossero ancora ad uno stadio più
"selvaggio". E questo ha anche la sua spiegazione, o meglio,
le sue spiegazioni. Da una parte, la indiscutibile "giovinezza"
della nostra società in confronto alla "vecchia Europa";
dall'altra, la nostra storia di dittature militari e tirannie civili che
non ci hanno permesso l'apprendimento di una vita comunitaria ma ci hanno
costretto sempre a vivere su un piano individuale, tirando ognuno dalla
propria parte, in un intento disperato di superare ostacoli e venire a
galla nel miglior modo possibile ma sempre da soli, sapendo di non poter
contare su una struttura sociale, politica ed economica che ci spalleggiasse.
In Argentina il successo è sempre individuale.
È per tutto questo che sono convinta che soltanto un lunghissimo
periodo di democrazia possa significare una speranza per l'Argentina.
Perchè è questo il clima in cui ogni individuo sa che da
una parte deve responsabilizzarsi di ognuna delle sue azioni e decisioni
giacchè non esiste quello stato-tutore che tutto controlla, ma
dall'altra parte può "crescere" socialmente con la tranquillità
di sapere che intorno esiste un sistema stabile, in grado di assorbire
persino i suoi errori, pur permanendo nel tempo.
Era questo, appunto, quello che ci mancava quando decidemmo di emigrare,
la possibilità di fare piani, di programmare... ci avevano rubato
il futuro.
Venimmo
tutti noi
con la segreta speranza
(a volte così segreta
che nemmeno noi stessi
la conoscevamo)
di trovare, qui,
tra mare e montagne,
quel passato nostro
anteriore a noi,
le storie dei vecchi
assorbite in un processo
quasi osmotico.
Venimmo
tutti noi,
sperando, senza saperlo,
di trovare, qui,
tra passato e futuro,
la nostra identità.
Insomma
la trovammo,
scoprimmo, qui,
tra dialetti e consumismo
che siamo argentini.
Questa poesia, anche se ha un qualcosa di amaro dovuto a certe frustrazioni,
è il riflesso di una delle cose più importanti che mi ha
dato questa esperienza: la possibilità di prendere coscienza in
un modo direi quasi doloroso, per quanto intenso, di un fatto che mentre
ero in Argentina non ho mai analizzato ... era così naturale essere
argentina, che neanche me ne rendevo conto.
Sì, perchè soltanto mettendomi di fronte a questa realtà
diversa, che si manifesta in ogni atto della vita, dalle abitudini alimentari
al modo di stabilire rapporti con altri esseri umani, sono riuscita a
prendere coscienza del fatto che anche noi abbiamo una identità,
con caratteristiche proprie, e con cultura propria.
Ed è qui, menzionando la cultura, che tocco, credo, il punto nevralgico
della nostra immigrazione, ciò che ci crea le contraddizioni più
profonde nel processo di inserimento nella nuova società. Sì,
perchè è nel "faccia a faccia" con questa struttura
sociale ed economica di "primo mondo", con tutti i suoi progressi
tecnologici, scientifici ed economici, che ho scoperto che siamo dotati
di caratteristiche che qui in Italia si sono perse.
Noi conserviamo intatto il nostro senso di autoconservazione, perchè
la nostra realtà politica, sociale ed economico lo esige. Non si
tratta soltanto di scappare ai pericoli fisici ma anche di una capacità
molto sviluppata di rovesciare circostanze avverse e trarne qualche profitto.
Questo significa non perdersi in un bicchiere d'acqua; questo significa
anche non aver bisogno di una enorme quantità di inutili attrezzi
"indispensabili per la vita moderna" senza i quali le società
ultra sviluppate sarebbero perse.
Inoltre, è molto sviluppato in noi un altro istinto, quello della
libertà, di non farci sottomettere, di non accettare signori nè
padroni, e questo ci procura seri conflitti in una realtà che ha
le sue radici in un passato feudale che ha lasciato profondissime tracce
nella idiosincrasia popolare .
E sorge quindi la logica domanda: com'è possibile che con caratteristiche
simili il popolo argentino abbia trascorso gran parte della sua storia
sottomesso per dittature militari? La risposta è troppo complessa,
ma credo che una delle chiavi è, come ho già scritto, che
dette caratteristiche si sono mantenute sempre su un piano individuale:
interessi esterni a questo popolo hanno impedito che entrasse a far parte
della coscienza collettiva, soffocando con tutti i mezzi, leciti e non,
ogni intento di maturazione del popolo argentino; è ancora un popolo
adolescente.
Un giorno, a quasi tre anni dal nostro arrivo in Italia, passammo in
macchina davanti ad un muro vicino alla ferrovia, e lessi un graffiti.
Lo lessi meccanicamente; ho la mania di leggere tutto quello che mi passa
davanti agli occhi. Solo qualche secondo dopo me ne sono accorta, diceva
SOL TE QUIERO. Sì, così, in spagnolo. Non posso spiegare
la sensazione che mi invase, in quel momento seppi cos'era nostalgia.
Fu come aver volato in una frazione di secondo nella mia città,
a Rosario, con i suoi muri pieni di frasi, disegni, dichiarazioni d'amore.
E nello stesso tempo fu prendere coscienza, tramite un fatto emotivo perchè
già razionalmente lo avevamo analizzato tante volte, dell'importanza
che stava prendendo in questa Italia tradizionalista e tanto "italiana",
il fenomeno immigrazione e particolarmente quella argentina. Stavamo diventando
una presenza, o meglio, una onnipresenza; in tutta Italia si trovano argentini.
Molti italiani che fino a quel momento non avevano quasi sentito parlare
dell'Argentina cominciavano a sapere che oltre ai generali e i quartieri
periferici pieni di baracche come quello di Maradona, in quel paese c'erano
artisti, scienziati, autostrade e grattacieli.
(Attenzione, ho scritto "molti italiani" e non "tutti",
perchè abbiamo trovato anche gente molto informata che era perfettamente
al corrente della nostra realtà.)
Quel graffiti fu per me, in qualche modo la prova della nostra decisione
forse incosciente di conservare la nostra cultura, quella cultura argentina
che molti negano e che io sono convinta che esista veramente, anche se
è la somma di tante altre culture che si sono fuse, modellandosi
e accomodandosi le une nelle altre.
Non c'era scritto SOL TI VOGLIO BENE, c'era scritto SOL TE QUIERO.
Le storie sono tante... ognuna diversa dall'altra e tutte uguali.
Ognuno con la situazione che gli è toccato vivere e l'ambiente
nel quale è "atterrato" ma sempre, in tutti, la nostalgia,
questa nostalgia speciale, non quella dei nostri nonni italiani che cantavano
le loro canzonette nella pampa argentina, ma questa nostalgia contraddittoria
a volte travestita di disprezzo verso quello che è rimasto dietro,
dall'altra parte dell'oceano, come nel caso di Juan.
Juan che sta sempre a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina
e, una volta là, rappresenta per un mese il suo ruolo di magnate
europeo guardando tutti dall'alto, per poi tornare e cominciare di nuovo
a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina.
Questa nostalgia a volte travestita di odio verso questa società
italiana, come nel caso di Silvina, che odia tutto e tutti in Italia,
però rimanda eternamente il suo ritorno in Argentina, perchè
"voglio tornare con un bel gruzzolo, capisci?". E continua a
desiderare la patria lontana, che a forza di essere lontana diventa più
cara. O quella nostalgia razionalizzata di Carlos che sa che ha fatto
la sua scelta, con la quale ha guadagnato in tranquillità economica
e sociale e perso in affetti e amici, e dopo tanti anni continua a chiedersi
perchè bisogna scegliere.
Oppure la nostalgia di Ricardo, che l'ha fatta diventare il leit-motiv
della sua vita, proclamata e fatta bandiera, al punto che se tornasse
in Argentina non avrebbe più motivo per vivere.
O questa nostalgia mia, più "intima" l'ha definita un
amico, per la quale mi sento bene camminando per quella strada di San
Benedetto fiancheggiata di alberi così verdi, che mi ricordano
il mio quartiere, la Florida, là, lontano, a Rosario.
Tante nostalgie e una sola... tante storie e una sola.
Ognuno di noi, insomma, in maggior o minor grado, è passato a far
parte di questa realtà, e questa realtà è passata
a far parte di noi, e al di là del fatto che siamo in grado di
accettarlo o no, questo ci piace. Forse è questo che fa più
dolorosa la nostra nostalgia. E anche più sopportabile.
Tornare... no, non "con la fronte marcita" (riferimento al
testo di un conosciuto tango argentino). Tornare in Argentina per un mese
significò riconoscere il mio posto, la mia gente, la mia cultura,
ma contemporaneamente fu la stessa cosa che mi succedeva quando da piccola
per un'influenza o qualcosa del genere mancavo alcuni giorni da scuola:
quando tornavo avevo la sensazione di non appartenere più a quel
posto, a quella gente, perchè durante la mia assenza avevano vissuto
cose che io non avevo vissuto, e questo ci allontanava. Mi ci volevano
un paio di giorni per superare questa sensazione e sentirmi di nuovo parte
del gruppo e, non so perchè ma era doloroso.
Sì, un giorno tornai in Argentina e la sensazione non fu una, ma
tante, intrecciate e sovrapposte.
Il primo colpo fu quello di ritrovare le nostre pianure, nel viaggio da
Buenos Aires a Rosario; quella sensazione della vista che si perdeva lontano,
senza "sbattere" con nessuna collina, e per la prima volta prendere
contatto, non già da un piano culturale o di informazione, ma come
esperienza interiorizzata, con il quasi assurdo di quelle grandi estensioni
di terra senza coltivazioni lasciate alla natura, ai suoi ritmi propri.
Dico di aver preso per la prima volta contatto con questo, perchè
sebbene è quasi un luogo comune degli argentini parlare delle nostre
terre non lavorate, solo dopo due anni in Italia ho capito cosa significa
sfruttare al massimo la terra per produrre tutto quel che essa può
dare; mi sono abituata a vedere dei campi coltivati sulle pendici delle
montagne, nei giardini delle case, ed in qualsiasi pezzetto di terra disponibile.
Questo per quanto si riferisce al paesaggio rurale; una volta in città
mi sorprese la differenza di costruzione e di tracciato urbano, in confronto
alle città italiane, e mi impressionò la quantità
di cielo dei quartieri di Rosario, dove la grande maggioranza delle case
sono basse, a un solo piano, dando così una sensazione di maggiore
spazio e aria, rispetto alle strade strette e fiancheggiate di case a
due o tre piani di qualsiasi paesello o città d'Italia, dove a
volte sembra che neanche il vento osi entrare.
Sono due strutture assolutamente diverse, riflesso di due pensieri diversi,
ma non posso dire che l'una mi piaccia più dell'altra, semplicemente
amo ognuno di questi due stili per ciò che ciascuno rappresenta.
È come se le città argentine fossero cresciute come un elemento
in più del paesaggio, e da lì la necessità di conservare
spazi aperti, vegetazione abbondante, parchi pieni di verde che ripetono
i motivi della natura circostante. Mentre le città italiane mi
sembrano piuttosto il rifugio che gli uomini si costruiscono per proteggersi
dalla natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e mantenersi
uniti e quindi più forti; e quando hanno bisogno della natura,
non la vanno a cercare dentro il villaggio, ma escono da esso e vanno
verso la campagna, a lavorarla, a domarla, a goderla.
E poi... poi...fu l'incontro. Furono tanti incontri, volti, abbracci,
lacrime, domande.
Fu sentirmi di nuovo a casa, però nello stesso tempo estranea.
A questo mi riferivo prima. La realtà che sembrava essere la stessa
che io avevo lasciato due anni prima, non lo era completamente. Infinite
sfumature erano cambiate, molte cose erano successe senza che le vivessi
e per quanto mi raccontassero non riuscivo a capirle.
Questo creava quella specie di breccia che ha richiesto alcuni giorni
per essere superata.
Però, c'era tanto affetto antico, tanti gesti conosciuti, tutto
quell'humor ironico che così bene sappiamo gestire noi argentini,
ridendo di noi stessi, delle nostre disgrazie, dei nostri difetti, che
era impossibile non riadattarsi presto.
Fu meraviglioso reincontrarmi con la mia patria e ribadire quanto la amo
e quanto mi fa male tutto il suo dramma, il suo destino di "terzo
mondo" tracciato e disegnato da fuori.
E fu stupendo sedermi di nuovo al tavolo di un bar qualsiasi del centro
a prendere un caffè con un amico.
Ma, appunto mentre bevevo un caffè con un amico, ascoltai da un
tavolo vicino due signori chiacchierare in italiano e... eccola!... La
nostalgia in senso opposto.
Fu allora che capii che chi emigra rimane indelebilmente segnato da quel
sentimento dolce e doloroso nello stesso tempo, indipendentemente da dove
ci si trovi.
E finalmente dopo trenta cortissimi giorni tornai in Italia, e si ripetè
il dolore dell'addio della prima volta, e adesso so che si ripeterà
ancora ogni volta, ma so anche che ne varrà la pena.
Mi resta un argomento da analizzare. Forse uno dei più delicati.
Tante volte, soprattutto all'inizio della mia residenza in Italia, mi
sono chiesta, come tanti altri immigrati, se avevo il diritto di opinare,
criticare, contestare il tessuto politico, sociale ed economico italiano.
È inevitabile quell'idea o sensazione di "essere in casa altrui",
e perciò "bisogna stare zitti".
Ebbene, ho imparato che non è così, che non bisogna stare
zitti, e che non sono in casa altrui, giacchè non vivo della carità
della gente; sì, è vero che siamo nati in un altro posto,
ma qui lavoriamo, sognamo, soffriamo, mangiamo, paghiamo le tasse e facciamo
l'amore, e tutto ciò ci dà il diritto di pensare e opinare
in libertà.
Se non fosse così, ci troveremmo di fronte ad una dittatura infinitamente
più sofisticata di quelle nostre dittature di terzo mondo finanziate
e sostenute dal primo mondo.
Insomma, è ora che capiamo che le parole "nazionalità"
e "patria" sono più legate al lessico dei sentimenti
che al codice penale.
Ho incominciato questo scritto dicendo che questa è una storia
al presente, dunque questo non è un finale. Anzi, sia un inizio.
PATRICIA MONICA VENA
Sconfiggere la tristezza
Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo schiacciarla
lasciarla boccheggiare, senza respiro
perplessa davanti alla nostra risata.
Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo fare uno sforzo,
ridere come matti
delle mie stranezze e delle tue angosce,
di questo mondo e di questa gente,
della paura di restare soli,
della paura di restare lontano.
Dobbiamo sconfiggere la tristezza,
pestarla, distruggerla,
o almeno
ucciderla con l'indifferenza;
a forza di ignorarla forse un giorno,
annoiata, ci lascerà in pace
con la nostra allegria.
Dobbiamo cantare
ballare e scherzare,
dimenticare la gente di plastica
che cambia forma
e si deforma,
riscattando, certo, gli amici
quelli di sempre
quelli di prima
quelli di adesso
che si contano con le poche dita
di una sola
delle nostre quattro mani.
Dobbiamo rinfrescarci la memoria
e ricordare che il mondo è nostro
perchè tanto tempo fa lo comprammo
quando decidemmo di viverci fino in [fondo.
Dobbiamo inventarci un dio
(tanto, sono tutti un'invenzione),
il dio di quelli che stanno allegri
non importa con quale pretesto,
e chiedergli, ogni mattina:
- non lasciarci cadere nella tristezza
e dacci, anche oggi,
la nostra risata quotidiana.
L'estate dell'infanzia
L'estate dell'infanzia
era verde, arancione, rossa,
era sole in abbondanza
ed era il fiume,
sabbia senza fine
e il cielo del Sud del mondo,
più largo, più profondo,
più cielo e più mio.
L'estate dell'infanzia
era una giornata interminabile,
e una sera calda, appiccicosa,
l'incontro con gli amici,
si va a dormire tardi.
Non l'ho vissuta fino in fondo
l'estate dell'infanzia,
non ho assaporato abbastanza
il mio luogo nel Sud del mondo.
Adesso mi accorgo
di aver vissuto una vita,
come se ne avessi ancora un'altra
da vivere più tardi.
Così ho perso l'infanzia,
l'estate,
il cielo
e quel mio luogo
nel Sud del mondo.
Radici
"E dopotutto,
la nostalgia esiste,
e le persone non hanno radici,
hanno ricordi."
Così mi scrivevi,
Amica,
ricordando passati,
momenti ormai vecchi,
che a volte sembra
non siano mai esistiti
per quanto sono lontani
per quanto sono sbiaditi
per quanto sono passati.
In quel passato e in quel "lontano"
crescevamo
imparavamo la vita
come una lezione
nella quale
bisognava prendere dieci
... o niente.
Chissà
quale voto ci diedero.
Io credo che ci impegnammo
io e te,
in quella scuola.
Abbiamo percorso tante strade,
a volte opposte
altre volte parallele,
cercando sempre d'imparare,
per prendere quel dieci,
ma i "complimenti"
non arrivarono mai
o non sapemmo vederli,
li cercavamo nel quaderno,
sul foglio bianco e ordinato,
il tuo più del mio,
ho fatto sempre più fatica
a mettere le cose in ordine.
La mia strada un giorno
si fece d'aria
e volai
per camminarla
ed arrivai in un mondo
che era già stato fatto
in cui nulla di me
era intervenuto
nel farlo.
E ci fu bisogno di inventarsi
delle radici nuove,
come la pianta di fragola
che dove si appoggia
mette radici
per non cadere,
per sopravvivere.
Ma le persone
non sono fragole,
e le radici nuove
non sono quelle vecchie,
non hanno forza,
non vanno così profonde,
non sono così certe.
E' la radice vecchia
Amica
che mi lega alla terra.
Questo, però,
l'ho imparato mettendo quelle nuove.
Da lontano
"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
Julio Cortázar
Avevi ragione Julio,
essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano,
ma è anche molte altre cose.
Essere argentino è ascoltare un tango
e anche se l'abbiamo sempre negato
cominciare a scoprire che ci piace,
che è nostro,
che dopottutto ci disegna,
ci descrive,
ci spiega meglio di mille parole.
Ed è camminare per qualunque strada
di qualunque città
di un Paese qualsiasi
e sapere che anche se è bella
non è come quell'altra
in cui abbiamo baciato per la prima volta,
e ancora prima abbiamo giocato a nascondino,
o abbiamo imparato il difficile equilibrio
della prima bicicletta.
Essere argentino è anche
sentirsi europeo per parte di padre
per poi venire in Europa
e sentirsi argentino per parte di terra.
E' sentire un buco nello stomaco
e sapere vagamente
che nessuna bistecca potrà mai riempirlo.
Beh, forse,
dopottutto e facendo un riassunto
"Essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano"
Non ce ne siamo andati
Non ce ne siamo andati per sempre,
nessuno se ne va per sempre,
siamo rimasti un po'
nel sole di mezzogiorno,
nella corrente del fiume,
nelle strade ardenti dell'estate,
nelle notti tristi dell'autunno.
Siamo rimasti un po' nell'aria
e un po' nella terra,
nel soffio del vento
e nel caldo della siesta.
Non ce ne siamo andati del tutto
un po' siamo rimasti
in ognuno di coloro che abbiamo lasciato,
un po' siamo rimasti
nella voglia di tornare
che a volte ci passa addosso,
ci travolge inondandoci di ieri,
per poi andarsene
lasciandoci esausti,
senza energie,
a forza di ricordare.
Non ce ne siamo andati del tutto,
nessuno se ne va del tutto,
lo so perchè a volte torno
in un profumo,
in un suono,
in un colore
o in un sogno che poi dimentico.
Ricordi
Ricordi che sono sogni
che sono suoni
che sono odori e colori.
Flash
lampi
immagini
una voce
i volti,
nitidi
tangibili
eppure sfumano
eppure non ci sono.
La mia memoria
mi fa dei regali
inventa giochi
mi sorprende:
una luce
un silenzio
un mattino
un profumo.
Fa diventare nullo il tempo
azzera la distanza
e rimane solo quell'attimo
davvero fuggente
davvero fragile
del ricordo
diventato materia
dell'incontro
tra quella realtà
e questa.
Eppure ho paura,
la memoria ha un limite,
questo mi spaventa
potrei dimenticare
potrei
essere
dimenticata
Vedi?
Vedi?
Non è poi così lunga
la strada,
non è poi così tanta la tristezza,
non è poi così grande
la solitudine,
se c'è un amico
dall'altro lato
della distanza
che pensa, come te,
che dopotutto,
non è poi così lunga
la strada.
Paese non mio
Forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.
Dopo averti studiato
analizzato
sminuzzato
smontato
e rimontato,
dopo averti fatto a pezzi
e riattaccato i frammenti,
dopo averti negato
e ripudiato,
dopo averti, infine,
conosciuto,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando,
piano piano,
ad amarti
Paese non mio.
Anche se non sei mio
e io non sono tua
e non lo sarò mai,
anche se non mi fido
della tua forzata cortesia,
anche se so che ignori
chiunque non ti appartenga
e diffidi degli estranei
che osano avvicinarti,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.
Ho imparato a conoscerti
nei tuoi lati migliori
e nei peggiori,
ti ho perfino difeso
qualche volta,
quando qualcuno,
senza conoscerti,
ha esternato
qualche facile sentenza,
è impossibile definirti
con tanta leggerezza.
Eppure, eppure...
c'è qualcosa che ci manca
a noi due,
c'è qualcosa che impedisce
di passare oltre,
e forse lo so io
qual'è l'inconveniente:
si da il caso,
ed è questo un dato di fatto,
che tu,
Paese,
...non sei mio.
Ho deciso
Ho deciso:
voglio recuperare
tutto il tempo perduto.
Voglio cantare
anche se sono stonata,
voglio danzare
anche se non sono in forma
e non lo so fare.
Ho deciso:
voglio imparare a nuotare
e se è possibile anche a volare
o almeno provarci.
Voglio amare
ed essere amata
e crederci
in un caso
e nell'altro.
Ho deciso:
voglio conoscere
tutti i luoghi possibili,
andare nei posti proibiti,
alloggiare in torbide locande,
bevendo del vino con gli sconosciuti.
Voglio sfidare i pericoli
e superare ogni paura,
non vergognarmi di niente,
non avere sensi di colpa,
non essere così prudente.
Voglio essere cattiva
quando mi va di esserlo,
amare quando mi va d'amare
e odiare quando mi va di farlo.
Ho deciso:
voglio viverla
questa cazzo di vita.
Alejandro
nostalgia dell'amico che è voluto andarsene per sempre - 31 dicembre
2000
T'immagino libero,
ora,
t'immagino leggero
quasi parte dell'aria
senza le tue catene personali
troppo pesanti
per il tuo corpo minuscolo.
T'immagino
finalmente libero
soddisfatto del tuo ultimo
agognato
atto di coraggio.
L'avevi deciso
così tanto tempo prima
che ormai era quasi un sogno
o un martirio.
T'immagino sorridente
con quella tua espressione
da clown senza trucco,
e t'immagino danzante
con una grazia mai sospettata
nei tuoi movimenti quasi goffi
quasi sbagliati,
e t'immagino sereno
nel volto, nell'anima
e nel corpo.
T'immagino libero
Spagna
Era Spagna ed estate.
Camminavamo senza fretta
confondendoci in una corrente
di turisti dopo la siesta;
all'improvviso un aroma
dolciastro, antico, conosciuto
si avvicinò alla mia memoria
e fu un istante,
un istante solo.
Vidi la vecchia casa di mia nonna,
il patio,
le piante,
io bambina
in un passato lontano,
nascosto,
quasi dimenticato.
A volte il tempo
ci concede questi permessi
e possiamo riavvolgerlo
in un momento,
recuperando un ricordo
che credevamo perso.
Beppi
Quando tornai per la prima volta in Argentina, dopo quasi due anni vissuti
in Italia, a casa dei miei avevano organizzato una cena di benvenuto per me.
C'erano parenti, amici, vicini. Tra questi un vecchio signore italiano, amico
e vicino di casa, che tra l'altro aveva collaborato anche materialmente alla
realizzazione della festa. Viveva in Argentina da una quarantina d'anni e
non era mai più tornato nella sua terra.
Tutti parlavano, ridevano, mi facevano domande, e a un certo punto questo
signore mi guardò con quei suoi occhi buoni e mi chiese:
" Di un po', non è vero che il cielo d'Italia è più
azzurro?"
Mi commuovo ogni volta che ricordo questo episodio.
Sì, caro Beppi, avevi ragione, sempre il cielo dell'infanzia è
più azzurro.
Beppi morì qualche anno dopo senza rivedere l'Italia.
Nonno Francisco
Avevo un nonno musicista. Sono nata troppo tardi per conoscerlo. Aveva un'orchestra,
che lui stesso dirigeva, e girava per i piccoli paesi della campagna intorno
alla città di Rosario, in Argentina, animando le feste, facendo ballare
e divertire i paesani.
Dicono che aveva un brutto carattere, ma io non ci credo mica tanto, perché
uno che ama la musica non può essere poi così cattivo.
Dicono anche che era capace di suonare qualsiasi strumento gli capitasse tra
le mani e che gli bastava ascoltare una volta sola una canzone per essere
in grado di riprodurla perfettamente. Un vero talento musicale.
Non sai quanto mi dispiace non averti conosciuto, nonno Francisco! Di te
ho soltanto un vecchio spartito per pianoforte di un valzer che avevi composto,
intitolato "Eternidad" (eternità). Qualche volta lo suono
sulla mia tastiera elettronica (posso immaginare il tuo sguardo di stupore
e meraviglia se potessi vedere un simile strumento!) e divento uno dei componenti
della tua orchestra, la "Tipica di Francisco Vera", in un ballo
di paese. Vedo le coppie girare al ritmo della tua musica dolce, malinconica,
i tavoli con le mamme delle ragazze che non perdono d'occhio le proprie figlie
che danzano nelle braccia dei giovanotti, sento il profumo dei gelsomini,
ascolto brani di conversazioni in cui si intrecciano parole in spagnolo con
altre in italiano, pronunciate dagli immigrati che non hanno ancora imparato
del tutto la nuova lingua, e si ostinano a conservare vestigia della propria.
Chissà quante cose avresti potuto insegnarmi! Ci saremmo sicuramente
divertiti insieme, suonando, usando la musica per comunicare.
Mi sei mancato, nonno Francisco.
Lettera ad una amica che è partita
I. L'amicizia
Ti rendi conto? Sono circa quattro anni che ci siamo conosciuti, qui, lontano
dal luogo in cui sono le nostre case, quelle in cui siamo nati, in cui giocavamo
da piccole, dove papà e mamma ci diedero i primi elementi con i quali
ingenuamente pensavano che avremo potuto affrontare il mondo, un mondo che
cambia così vertiginosamente che quello che ieri serviva oggi nemmeno
esiste; lontano da dove siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, abbiamo
imparato ad amare per conto nostro e ci insegnarono ad odiare con la forza.
Probabilmente se fossimo rimasti sempre lì, fermi, immutabili, non
ci saremo conosciuti, vivevamo così lontani gli uni dagli altri!
Sono quattro anni che ci siamo conosciuti e solo da poco tempo abbiamo cominciato
a sentirci amici.
Sono convinta che non è un fatto fortuito, sono convinta che in un
qualche modo abbiamo fatto resistenza all'affetto, eravamo consapevoli di
essere quattro viaggiatori e come tali capaci di levare l'ancora in qualsiasi
momento, credo che almeno in te come in me è stato questo un fattore
importante per non abbandonarci a quella "sintonia" che, senza dubbio,
abbiamo riconosciuto al primo istante. Tanto a te come a me facevano troppo
male tutti gli adii che non eravamo riuscite a lasciarci dietro, e non volevamo
esporci a nuovi dolori.
E quando ci eravamo quasi riusciti, abbiamo mollato, forse credendo che ormai
non c'era più pericolo, la vostra decisione di partire era già
stata presa anche se non aveva una data certa, e probabilmente abbiamo pensato
che a quel punto non c'era più niente da temere, la nostra razionalità
non poteva cedere davanti ai fatti compiuti. Mi viene in mente però,
una spiegazione che penso possa essere più vicina alla realtà:
una volta mi dicesti che uno psicologo ti aveva spiegato che le persone che
hanno nevrosi simili si attraggono, quindi forse le nostre rispettive tendenze
al masochismo ci abbiamo spinto ad avvicinarci affettivamente proprio quando
sapevamo che presto avremo dovuto separarci.
Ma, dopotutto, ha qualche senso, adesso, cercare i motivi di un'amicizia che
comunque esiste e comunque finirà? Perché io sono convinta che
questa amicizia finirà non appena ci saremo separati; sarà sicuramente
sostituita da un'altra, sublimazione di ciò che è oggi, con
tutti gli strumenti propri della sublimazione, e cioè, lettere una
volta ogni tanto, l'immancabile cartolina di fine anno con "i nostri
migliori saluti", qualche cassetta che forse in una crisi di nostalgia
ci decideremo a registrare e mandare con un viaggiatore occasionale che ci
farà il piacere di mettere nella sua valigia e portare via aerea il
nostro affetto idealizzato, intatto, quasi senza uso, tipico dei rapporti
a distanza. Sono affetti che non si usurano, non si mettono alla prova, non
corrono rischi
e non crescono.
Sono sincera, non m'interessa in modo particolare acquisire una nuova sublimazione
di amicizia, ne ho già tante
e ti dico questo anche se so che
quando riceverò la tua prima lettera mi rallegrerò enormemente,
sicuramente riderò di qualche tua trovata scritta, e sicuramente piangerò
per qualche ricordo che senza meno comparirà. Succede che sebbene habbia
già troppe sublimazioni di amicizia, non trovo il coraggio di rinunciare
ad avere almeno quello.
II. Le domande
Bene, il fatto è che te ne vai, o più esattamente, torni, torni
a quella grande "casa" che è "il luogo in cui siamo
nati, siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, ecc. ecc.", e
la domanda è: troverai ciò che vai a cercare? Questo ammettendo
che tu sappia ciò che vai a cercare, perché uno non sempre lo
sa esattamente, in genere sa, in modo vago e generico, che va a cercare in
un altro posto ciò che gli manca nel posto in cui si trova. Cioè,
sappiamo perfettamente cosa ci manca, ma ci è sempre chiaro cosa abbiamo?
E questa non è retorica religiosa del tipo "dobbiamo valorizzare
quello che abbiamo" o poetica del tipo "non c'è niente di
più amato di ciò che ho perso"; no, si tratta di domandarci
se quelle cose che oggi ci sono proprie in modo quasi logico - perché
nell'ambito in cui ci troviamo non potrebbe essere altrimenti, perché
è "naturale" che ci appartengano e che abbiamo diritto di
godercele (sia chiaro, non parlo soltanto di oggetti o proprietà, ma
neanche soltanto di beni spirituali, le nostre vite, che lo ammettiamo o meno,
sono fatte da tutti e due le cose)- dopo, quando ci mancheranno in quell'altro
ambito che, sappiamo, manca di molte di quelle "garanzie", per chiamarle
in qualche modo, non diventeranno angosce che andranno a sostituire quelle
di oggi.
In questo caso la nuova domanda sarà: vale la pena tutto lo sforzo,
in tutti gli aspetti, che significa un nuovo sradicarsi, un nuovo cambiamento
di ambiente, un nuovo "ricominciare", soltanto per cambiare alcune
angosce per altre, alcune mancanze per altre, alcune fantasie per altre?
Immagino che tutte queste domande più che a te le stia facendo a me
stessa, e credo che per me la risposta, almeno in questo momento, sia no.
Certo, come mi succede sempre, dopo un'affermazione mi giunge immediatamente
il dubbio: sarà che la mia risposta è no perché non sono
tanto viva come prima, perché in qualche modo mi sto arrendendo alle
circostanze e perdendo la capacità di difendere l'utopia? Sarà
questo un segno di crescita e maturità oppure di cominciare a morire?
Ma, in realtà, non sono forse la stessa cosa crescere e andar morendo?
Voglio dire, è come se fossero due processi opposti ma posizionati
su una stessa linea retta, uno cresce verso destra e l'altro verso sinistra,
e ovviamente si fondono. O saranno due processi sì opposti ma su due
linee rette diverse, non parallele, che quindi si andranno ad intersecare
in un unico punto: la morte, nel quale si si finisce di crescere e si finisce
di morire?
III. Le paure
Dopo tutta questa pseudo-filosofia "da conversazioni da notte inoltrata",
come faccio a tornare al fatto affettivo che motiva ciò che sto scrivendo?
Succede che in realtà fa tutto parte dell'affetto, sto semplicemente
utilizzando l'aspetto razionale della mia analisi dei fatti, per esprimere
la rabbia, l'angoscia, la paura che questa separazione provocano in me.
La paura
ti ricordi quando mi raccontasti una delle paure più
profonde che l'idea di tornare ti creava? Ti riferivi a quel pericolo latente,
non so se più nel nostro immaginario, come risultato del terrore vissuto,
o nella realtà, degli autoritarismi tanto frequenti da quelle parti.
Abbiamo vissuto grande parte delle nostre vite sottomessi a quella condizione,
quella del potere assoluto detenuto da pochi che erano riusciti, ogni volta
che l'hanno voluto, a distruggere intere generazioni con il terrore, con l'annichilimento
non solo delle vite umane, ma anche e soprattutto delle idee, di sogni semplici
e grandiosi nello stesso tempo come la libertà, la pace, il diritto
ad essere chi si è.
Poiché credo di conoscerti abbastanza, quando penso a queste cose sono
consapevole che soltanto un grande amore dentro di te può averti portato
ad esporti a quello, il nostro Grande Fantasma.
Ma tornando alla separazione, noi, quelli che abbiamo conosciuto la dimensione
della lontananza, quelli che abbiamo avuto acceso all'esperienza della perdita
quasi totale di tutto ciò che fino ad un certo momento costituì
il nostro mondo, abbiamo potuto imparare che niente è così definitivo
come sembra, neanche i grandi dolori, ed è per questo che in una delle
nostre ultime chiacchierate abbiamo convenuto sul fatto che ci saremo mancati
moltissimo a vicenda, ma abbiamo anche convenuto sul fatto che poi, lentamente,
saremo andati dimenticandoci, non dell'amico, ma del dolore che la lontananza
dell'amico provoca in noi, per essere sostituito da una specie di dolce malinconia:
la sublimazione di cui ti parlavo prima. E' senza dubbio un meccanismo di
difesa della nostra psiche: se non puoi evitarlo, cerca il modo in cui ti
faccia meno male.
Forse ciò che fa ancora più difficile questo addio, per noi
quattro, sia quella sensazione che, credo, tutti abbiamo, di esserci incontrati
"fuori tempo", quella sensazione per la quale pensiamo che se ci
fossimo avvicinati, tante cose si sarebbero potute fare, tanti progetti che
hanno a che fare con interessi comuni, con la voglia che tutti abbiamo di
camminare insieme anche soltanto per un tratto, in modo di poter realizzare
qualche grande impresa. E se fosse solo una fantasia, un'altra delle tante
masturbazioni mentali che ogni giorno ci concediamo, per giustificare l'inerzia
di non aver fatto niente quando ne avevamo il tempo?
Al diavolo! Quel che veramente conta sono tutte le cose che sì abbiamo
fatto, tutte le risate che abbiamo lasciato volare, tutte le notti che abbiamo
transitato, immersi in complessi discorsi ai quali assistevano, mute e sbalordite,
con aria di non capire niente, le bottiglie vuote che ci avevano regalato
il loro prezioso vino, elisir magico che ci apriva le porte alla ricerca di
noi stessi. Prendiamo atto del fatto che sono quelle le cose che ci mancheranno
quando non saremo più insieme, quelle che avrebbero potuto essere,
invece, continueranno ad essere abitanti del pianeta del "Chissà".
Abbiamo analizzato molte volte i motivi di questa difficoltà che abbiamo,
nella nostra condizione di immigrati, per stabilire legami affettivi tanto
consistenti come quelli che abbiamo lasciato nella nostra terra, e siamo arrivati
alla conclusione che, aldilà delle differenze culturali che ovviamente
implicano anche una differenza nelle modalità dei rapporti umani, ha
una grande importanza il tempo, cioè il fatto che tutte quelle amicizie
che abbiamo lasciato si sono andate costruendo negli anni, senza che noi le
forzassimo e soprattutto, nella maggior parte dei casi, sono nate in periodi
della vita specialmente fertili: l'infanzia, l'adolescenza; da un'altra parte
quei legami si creavano in ambiti che ci erano naturali, come la scuola, l'università,
il lavoro, e quindi quasi statisticamente era più probabile che venissero
ad incontrarsi tra di loro persone con interessi comuni o con caratteristiche
similari, mentre trovandosi uno immerso in ambiente nuovo, sconosciuto, senza
conoscere nemmeno certi codici che appartengono al passato di quasi tutti
gli individui che si sono sviluppati nelle stesse condizioni culturali, politiche,
economiche, storiche e perfino geografiche, chiaramente quella probabilità
è molto minore. Naturalmente, e sempre parlando in termini statistici,
questa bassa probabilità non implica impossibilità, e ho prove
di questo, ma la ricerca diventa così faticosa che si corre il rischio
di stancarsi o cadere nello scetticismo più assoluto.
Perché tutto questo? Sicuramente perché in me a molto a che
fare con il dolore che mi provoca la tua partenza, vale a dire, senza tanti
giri di parole: ma è possibile che quando trovo qualcuno che riesce
a far crollare le mie barriere affettive, quel qualcuno se ne debba andare?
Sì, evidentemente è possibile e sta succedendo, e non serve
a niente che io mi flagelli girando in cerchio intorno a questo sentimento
che comunque, come ho già detto, so non permanente. Passerà,
come sempre, e credo che la saggezza stia nel saper attendere che passi con
la maggior tranquillità possibile, senza drammi inutili e assurdi.
Il problema è che, nel frattempo, le barriere affettive tornando ad
installarsi; sono, chiaramente, una tendenza naturale in me, che sembrerebbe
aumentare con gli anni. Una tendenza alla quale mi sono affacciata un'infinità
di volte con gli occhi della ragione, ma per un qualche motivo rimango sempre
in superficie; mi viene in mente l'immagine di un lago congelato: quando lo
si guarda si pensa di star vedendo il lago, ma in realtà si vede solo
la sua superficie, il lago è quello più tutta l'acqua che c'è
sotto, e per poterla vedere bisognerebbe prendersi la briga di rompere il
ghiaccio e mettersi dentro l'acqua, e sentire tutto quel freddo dentro il
corpo, per rompere più ghiaccio e poter vedere più lago. Senza
dubbio serve coraggio. A dire il vero, credo che negli ultimi tempi qualche
pezzetto di ghiaccio l'ho rotto e sono arrivata perfino a entrare in acqua,
ma ho resistito poco al freddo e ne sono uscita subito, cercando di vedere
attraverso il piccolo buco tutto il lago. Non è molto, lo so, ma è
già qualcosa, no?.
Ad ogni modo, andandotene mi lasci il lavoro di ricostruire la barriera, per
chiudere il passaggio che avevi aperto, e sicuramente metterò tutto
il mio impegno (il mio inconscio lo farà) nel costruirla più
sicura e resistente di prima, così sarà ancora più difficile
che qualcun altro la possa rompere.
IV. L'oblio, le colpe, la libertà
Per favore, non permettere che tuo figlio mi dimentichi, mi ha fatto sempre
molta paura l'oblio dei bambini, forse perché è molto più
concreto di quello degli adulti. Gli adulti possono dimenticare emotivamente,
ma difficilmente dimenticano razionalmente una persona, invece i bambini,
forse perché hanno una memoria più labile o più corta
(non conosco i dettagli tecnici della questione), in assenza di un contatto
periodico possono dimenticare completamente un oggetto o una persona.
Io sento che se un bambino mi dimentica è come se smettessi di esistere
e io non voglio smttere di esistere per tuo figlio.
Ho imparato ad amarlo molto, sai? Eppure non gliel'ho mai detto, non gliel'ho
mai dimostrato, che idiota!, non so se a lui sarebbe servito, a me sicuramente
sì.
Ho sempre ammirato il modo in cui voi lo aiutate a crescere (credo che questa
sia un'espressione più valida che "educare") con quel senso
quasi prioritario dell'indipendenza, nel quale immagino lui senta di essere
molto legato a voi solo dall'affetto e non perché sia convinto che
senza di voi non riuscirebbe a sopravvivere, che è invece il modo in
cui molti genitori fanno crescere i loro figli, perché così
giustificano la loro vita e il loro ruolo di genitori. Il figlio deve dipendere
da loro, altrimenti perché si sono presi la briga di farlo venire al
mondo e di crescerlo? Perché avrebbero rinunciato a tante cose decidendo
di avere un figlio se, in compenso, non diventano indispensabili per quel
figlio?
Credo che tuo figlio sia perfettamente consapevole del fatto che il vostro
affetto è per lui tanto necessario quanto la tazza di latte che gli
offri ogni mattina, ma nello stesso tempo sa che se una mattina tu non potrai
dargli la tazza di latte, lui potrà tranquillamente prepararsela da
solo. Sa, cioè, di possedere tutte le potenzialità, il che non
implica che possa realizzarle tutte contemporaneamente: oggi, con i suoi sette
anni, non può guidare un'auto ma questo non lo preoccupa, poiché
nessuno gli ha detto che lui non l'avrebbe potuto fare. Non credo di sbagliare
se dico che è un essere umano naturalmente padrone di se stesso.
Capisci di cosa parlavamo io e tuo marito quando dicevamo che è più
difficile liberarsi da preconcetti che sono stati introdotti in noi in modo
subliminale? Quando, in maniera cruda ma di fronte, ti trovi davanti alle
repressioni, le paure o le colpe che ti vogliono addossare (chi? I genitori,
gli educatori, la religione, la società, lo stato), non dico che si
soffra di meno, crescere ed acquisire un'identità propria fa sempre
soffrire, però è più facile riconoscere quelli elementi
e stabilire se gli vogliamo e meno nelle nostre vite adulte, a partire da
lì puoi architettare un po' più liberamente la tua strategia
per lottare e difenderti. Anzi, ti vedi quasi spinta a sviluppare una personalità
forte, se non vuoi soccombere.
Quando invece l'aggressione non è chiara ed evidente, senza accorgertene
cresci con l'informazione che non sei in grado di fare praticamente niente
senza l'aiuto di qualcuno (qualcuno che, certo, con sincero affetto fa tutto
per te), che la vita e il mondo sono un enorme pericolo e quindi avrai sempre
bisogno di qualcuno che ti protegga, che la società in cui vivi ha
certe regole morali (in realtà parlano di sesso, che sembrerebbe essere
l'unica vera immoralità, non parlano mai di guerra, di oppressione,
di corruzione) che non devono mai essere infrante perché la punizione
sarà come minimo l'inferno, che devi essere sempre e non ostante tutto
buona, anche a costo della tua libertà, dei tuoi diritti, de te stessa.
Poi, a un certo punto, cosa succede? Succede che, secondo le regole della
società in cui vivi, arrivi ad una età in cui si suppone che
sei ormai grande e devi arrangiarti per conto tuo, ma siccome non te ne hanno
mai dato gli elementi necessari, non hai la minima idea di cosa fare, la decisioni
più insignificanti diventano trascendenti, il più piccolo ostacolo
sembra insuperabile
insomma, ti senti una perfetta fallita.
Sarai d'accordo con me che diventa molto più difficile individuare
l'oggetto della lotta, la scelta da fare, la strategia da seguire; essendo
più difficile, il processo si ritarda. Ti ripeto, non è che
si soffra di più, si soffre più tardi, quando non è più
tempo di crescere ma di essere già "grande", e questo complica
tutta la vita d'adulto, che è quando si dovrebbe sviluppare al massimo
l'attività creativa, produttiva, spirituale, e uno si trova paralizzato,
occupato a tagliare cordoni ombelicali.
E' per tutto questo che dico di ammirare il modo in cui cresce tuo figlio,
perché credo che stia crescendo "giusto in tempo".
Mi mancherà, mi mancheranno le sue riflessioni a volte così
adulte che ci lasciavano a bocca aperta, mi mancherà la sua risata
fresca, i suoi occhi apertissimi e quel suo modo simpatico di prendermi in
giro imitando i miei gesti, le mie parole, che probabilmente era il suo modo
di studiare i codici e i comportamenti della "gente adulta".
V. La partenza
Così come ogni cosa arriva, arrivò il giorno della partenza.
Gli ultimi giorni li avete passati a casa nostra e, come vi ho già
detto, quello è stato il miglior regalo di addio che ci poteva fare,
perché anche in mezzo alla agitazione, le corse e i nervosismi degli
ultimi momenti, abbiamo avuto la possibilità di provare un'esperienza
nuova nella nostra amicizia: la convivenza, ed è stata una buona esperienza,
credo che a tutti ci insegnò qualcosa.
Erano patetici gli sforzi che facevamo per evitare l'argomento della separazione,
così come il modo in cui cercavamo pretesti che ci mantenessero legati
attraverso la distanza, anche se sapevamo che erano più vicini alla
fantasia che alla realtà.
Solo ora mi rendo conto che non mi è venuto neanche in mente offrire
una mano per trasportare le valigie fino al piano terra in modo che fossero
pronte quando venissero a prendervi per andare in aeroporto, evidentemente
ho negato fino all'ultimo momento l'imminenza della partenza.
E' stata dura, soprattutto nelle ore precedenti, perché eravamo concentrati
nel trattenere i sentimenti, in non mollare; almeno nell'addio abbiamo potuto
scioglierci, lasciarci invadere dall'emozione, piangere, abbracciarci, dirci
quanto ci saremo mancati a vicenda e tutte quelle cose che sempre si dicono
in questi casi, cose che in qualsiasi altro momento suonano a "telenovela"
e invece in quel momento hanno significati profondi, perché vengono
fuori senza che noi le prepariamo, perché emergono dalle nostre viscere
mescolate con le lacrime in un'esplosione che ci supera, che non riusciamo
né ci interessa controllare; in quell'istante siamo soltanto uno strumento
di qualcosa che esiste aldilà di noi stessi, del nostro intelletto:
l'emozione. So che potrò dimenticare molti particolari che vi riguardano,
o che riguardano la nostra amicizia, che andranno dissolvendosi nel tempo
e nella routine, ma non dimenticherò mai quell'abbraccio.
Amo particolarmente quel tipo di situazioni, anche quelle dolorose, perché
segnano punti di massima intensità nella mi condizione di essere viva,
sicuramente perché sono eventi poco frequenti nella mia quotidianità
così misurata, così controllata, nella quale difficilmente mi
permetto di manifestarmi totalmente.
Sono perfettamente consapevole che in quell'abbraccio e in quelle lacrime
ho abbracciato e ho pianto tutte le amicizie perdute lungo la mia vita, perdite
che non ho vissuto completamente a suo tempo e sono venute fuori nel nostro
addio; dicono gli psicologi che un duello prima o poi si vive. Evidentemente
io ho deciso di viverli tutti insieme, a giudicare dalla quantità di
lacrime che ho versato.
So anche che stavo piangendo la solitudine che avrebbe invaso il giorno dopo,
quando mi fossi accorta che non avrei potuto alzare il telefono, fare il tuo
numero e dirti: mi offri un caffè?, pretesto abituale per iniziare
una di quelle lunghissime chiacchierate nelle quali perdevamo la nozione del
tempo e che ogni tanto ci permettevamo, anche se, nel mio caso, non potevo
evitare i sensi di colpa di aver dedicato tutto quel tempo ad una attività
che non fosse "produttiva" secondo i parametri della società
in cui viviamo. Comunque ho sempre preferito caricare il mio senso di colpa
e non rinunciare a quelle poco frequenti possibilità di comunicazione.
So che da ora in poi se svilupperà in me nuovamente la tendenza all'isolamento,
e dovrò, ancora una volta, cominciare da zero il faticoso lavoro di
contattarmi con l'esterno. Ma, dopotutto, che cos'è la vita se non
un continuo ricominciare?
VI. Il dopo
E' quasi un mese che ve ne siete andati, e nemmeno una lettera, una telefonata,
né da una parte né dall'altra, abbiamo fatto forse un tacito
accordo? Senza dirlo abbiamo scelto il silenzio, sapendo che comunque una
lettera non aggiunge ne toglie niente al sentimento, che gli abbracci stanno
scomodi dentro una busta per via aerea?
Forse semplicemente siamo tutti troppo occupati, voi nell'ambientarvi nella
nuova realtà, nel imparare di nuovo luoghi, affetti, volti e gesti
semi dimenticati, noi nell'abituarci all'assenza, nel visitare il pezzetto
di solitudine che ci avete lasciato, nell'internare questa nuova dimensione
della nostalgia, la nostalgia di rimanere quando è un altro ad andarsene.
Col passare dei giorni il dolore si è attenuato e uno comincia a rimpiazzare
cercando delle attività che riempiano i tempi che appartenevano all'amicizia.
Passo allora a farti una specie di resoconto della situazione, da questo lato
della distanza:
Non abbiamo smesso di fare tardi la notte con una certa frequenza, come una
specie di rito, o semplicemente un modo di vita. Parliamo poco di voi, facciamo
le cose di sempre, continuiamo ad amare, non abbiamo smesso di mangiare, non
siamo diventati astemi, ridiamo tanto come prima
abbiamo due amici in
meno. (Sì, lo so, ci rimane sempre la sublimazione, ma lasciamola da
parte per un po', altrimenti s'impadronisce di tutto, s'inghiottisce il sentimento
e lo dà indietro come un'immagine colore rosa con una cornicetta stile
rococò quasi nauseabonda, che non c'entra niente con ciò che
il sentimento era).
Qui la gente si prepara per le feste, come tutti gli anni, comprano regali,
quantità di cibo che non riuscirebbero a mangiare in un anno e belle
cartoline con paesaggi natalizi da mandare alle persone che amano (e a quelle
che non amano pure, a Natale tutti diventano più buoni).
Nei paesi in guerra si proclamerà, probabilmente, giorno di tregua
il 25 Dicembre, e dopo aver ascoltato il messaggio natalizio di Pace e Amore
che il Papa trasmetterà per TV a tutta l'umanità , i soldati
riprenderanno le armi e cominceranno a sparare di nuovo.
Sicuramente i politici faranno un brindisi esprimendo buoni propositi per
il prossimo anno, promettendo di lavorare tutti insieme per il bene del paese
e il giorno dopo ognuno di loro continuerà a studiare il modo migliore
di rovinare gli altri per poter così ereditare la totalità dell'elettorato,
fantasia recondita di ogni buon politico.
Sì, lo so, pensi che mi sono sbagliata e ti sto raccontando le cose
che succedono dalla parte del mondo in cui stai tu, ma non è così,
queste sono quelle di qua, è solo che sono uguali a quelle di là,
il mondo è un grande teatro dell'assurdo e siamo tutti eccellenti attori,
rispettiamo fino in fondo le regole del gioco, accettiamo senza rimorsi le
ipocrisie degli altri e siamo ugualmente ipocriti con gli altri.
Pochi giorni fa ho assistito ad una scena terribile: mentre aspettavo mio
marito all'ingresso di uno di quelli grandi magazzini in cui è possibile
comprare da un quaderno ad una camera da letto, tre tipi presero a pugni un
ragazzo negro che, all'entrata del negozio, con il permesso dei proprietari,
vendeva le sue cianfrusaglie che sicuramente non gli bastano per vivere ma
sono l'unico che ha. E' venuta una guardia, li ha separati, son venuti i proprietari
del magazzino, hanno fatto entrare il negro e chiamarono la polizia.
Insieme a me almeno altre due persone avevano visto quello che era successo,
quando è arrivata la polizia gli aggressori erano ancora lì,
evidentemente si sentivano molto sicuri di essere dalla parte della giustizia
avendo aggredito in tre un uomo solo. I poliziotti hanno cominciato a fare
domande e prendere dichiarazioni, e tutt'a un tratto l'unica che aveva assistito
alla scena ero io, le altre persone erano svanite, le stesse persone che pochi
minuti prima si mostravano indignate per ciò che era accaduto. Mi sono
sentita molto male. Mi sono sentita molto sola. E anche se ti può sembrare
strano, in mezzo a tutta quella confusione ho pensato a te, ho pensato che
tu saresti rimasta.
E' anche per cose come questa che mi manchi.
Per il resto, qui non ci sono grandi novità, si continua a vivere
VII. La lotta
Pochi minuti fa nevicava, al di fuori della finestra il cielo stava per cadere,
ed ha così poco a che fare il tango di Piazzolla che sto ascoltando
con quel paesaggio esterno fi colline bianche di neve e tetti spioventi, ma
ha così tanto ha che fare con il mio paesaggio interno
E non
posso non pensare a voi e a tanta altra gente che sta da quella parte della
distanza, combattendo una realtà diversa, ma con la stessa stanchezza,
con la stessa impotenza
non è il luogo il problema, è
il "fuori tempo", quello di aver scelto, per crescere, il binario
sbagliato.
In ogni tempo ci sono più di una realtà nella quale posizionarsi
per partecipare alla corsa, a volte predomina una, altre volte un'altra; c'è
chi può scegliere, altri non hanno alternativa. Noi abbiamo scelto,
nel nostro tempo di crescere, il binario che sembrava portare al futuro, così
abbiamo studiato, ci siamo sensibilizzati, abbiamo rotto dei tabù,
abbiamo rinunciato a molte certezze, abbiamo trasgredito convenzionalismi,
ci siamo fabbricati degli ideali e abbiamo creduto in essi difendendoli in
molti casi con la vita, abbiamo sofferto ogni perdita, abbiamo applaudito
ogni conquista e improvvisamente il tempo si è preso gioco di noi mettendo
quel futuro, il presente di oggi, nel binario accanto, e la nostra scelto
è rimasta fuori dalla realtà, noi stessi siamo degli strani
personaggi che parlano un linguaggio arcaico, con vocaboli che sembrerebbero
essere stati eliminati dal dizionario, per essere sostituiti con altri più
attuali, più adatti alla vita contemporanea: mercato, consumo,
e
tanti altri.
Sì, noi, che ci eravamo preparati per muoverci in un mondo in cui l'uomo
sarebbe stato libero, un mondo in cui uno dei principali valori sarebbe stato
l'arte, il quale a sua volta doveva essere lo strumento della liberazione
dell'uomo, poiché non parlavamo di una librazione ottenuta con guerre,
rivoluzioni e morte ma della liberazione più assoluta che si possa
immaginare, quella che nasce all'interno di una persona, quella per la quale
un essere umano si può esprimere con ogni mezzo a disposizione, senza
alcuna repressione, né interna né esterna, ed eravamo convinti
che l'arma più efficace per quello fosse l'arte, in tutte le sue forme,
l'arte non già come attributo di una elite di pochi scelti che avevano
ricevuto, come "dono divino" il "talento", ma l'arte come
manifestazione umana basilare, ci siamo invece trovati immersi in un mondo
che dà ancora spazio a movimenti come il neo-nazismo e vediamo giovani
con la testa rapata che si giudicano il diritto di "fare giustizia"
menando e assassinando altri giovani semplicemente perché appartengono
ad una razza diversa, un mondo che non solo non riesce a sradicare la guerra
ma che sembrerebbe star vivendo un'intensificazione di quella pratica abominevole
e inumana. Un mondo nel quale la stupidità raggiunge livelli inimmaginabili
attraverso elementi che potrebbero aver avuto un utilizzo molto più
costruttivo: i mezzi di comunicazione; si parla di sensibilità e sentimento
e si fanno trasmissioni televisive in cui la signora che ha litigato col marito
dice davanti alla telecamere: "Torna, ti perdono" o cose del genere,
utilizzando l'imbecillità umana per fabbricare più imbecillità
umana; è un'industria machiavellica ma straordinariamente redditizia,
in cui con costi praticamente inesistenti si ottengono enormi guadagni e un
risultato tremendamente conveniente: l'anestesia generale della società.
Tutto questo io lo chiamo sovversione, perché è appunto un'inversione
dei valori che sono essenziali per l'essere umano; la politica, ad esempio,
una delle attività primarie dell'uomo dato che a che fare con la sua
necessità di organizzarsi, di darsi regole per raggiungere un funzionamento
il più perfetto possibile della società nel beneficio di tutti
ed ognuno dei suoi componenti. Nel nostro presente, invece, questo obiettivo
si è perso, e coloro che si dedicano alla politica si occupano di perfezionare
non la società ma la politica stessa, è una politica fin a stessa,
che dimentica completamente le reali necessità della società
per discutere su metodologie e sistemi più adatti
a fare politica;
è allucinante ed è ancora più allucinante se pensiamo
che coloro che dovrebbero essere i destinatari del lavoro dei politici, siamo
proprio noi. Invece di reagire contro questo non adempimento dei loro doveri,
reagire se non altro non lasciandoci coinvolgere nei loro "divorzi",
"innamoramenti", alleanze e "disalleanze", partecipiamo,
discutiamo tra di noi, difendiamo oggi questo e domani quello e continuiamo
a permettere che ci anestetizzino per non sentire il dolore di tutte le carenza
umane, essenzialmente umane, che ci sommergono.
Non mi sembra poi una cattiva idea quella di quell'attore che alla fine del
suo spettacolo si domandava perché qualche volta non danno l'opportunità
di governare agli artisti. Credo che almeno, come esperienza, sarebbe molto
più divertente.
Come non sentirci traditi da questo presente? Come non sentire il bisogno,
in un mondo al quale sembreremmo non appartenere, di trovare, almeno una volta
ogni tanto, un interlocutore con il quale poter comunicare senza dover stabilire
previamente tutto un codice di linguaggio?
Ed è lì dove nasce l'isolamento, la paralisi, il quasi autismo
nel quale ogni tanto cadiamo e dal quale soltanto una cosa riesce ancora a
riscattarci: l'affetto.
VIII. La vita
Sembra sempre così difficile dover abituarsi ad una assenza, sembra
così grande sempre la nostalgia eppure la nostra capacità di
adattamento sembra essere illimitata, è così tanta la nocessità
di sopravvivere che ci inventiamo ogni giorno la speranza, fabbrichiamo ogni
mattina l'illusione e così riusciamo a superare le assenze, le nostalgie,
la vita.
Siamo un cumulo di cicatrici e continuiamo a germogliare; siamo vivi. Non
so se torneremo ad incontrarci in qualche altro angolo de la strada e forse
non è importante, ciò che importa è che qualche volta
ci siamo incontrati e, come succede in tutti i rapporti profondi, ognuno di
noi ha dato qualcosa agli altri.
|
|
|
|
|
|
Prefaciòn
El libro de Patricia Monica Vena se divide en tres partes: en la primera
cuenta su propia vida. Una vida constelada de grandes cambios que llevan a
la autora a tomar decisiones que se revelarán definitivas y radicales,
pero no lo suficientemente incisivas como para forjar un nuevo carácter.
Trece años atrás, junto al compañero de su vida, decide
dejar la Argentina con dirección a Italia.
Italia para Patricia se revela una gran ilusión: por un lado ella descubre
el "Bel Paese" que le contaban sus abuelos, emigrados a su vez desde
Sicilia, por el otro emergen las grandes contradicciones entre las dos realidades,
la italiana, vista como el mundo materialista, vaciado en su mayor parte de
los valores humanos y la argentina que la autora ama definir de tercer mundo,
pero en realidad colma de valores humanos que, como se sabe, abundan siempre
en las realidades donde se vivieron opresiones y sufrimientos.
Lamentablemente esto demuestra que el hombre tiene que ser pobre por fuera
para resultar rico por dentro y, hasta tanto no comprenderá el modo
de utilizar correctamente la riqueza material, tendremos siempre hombres ricos
por fuera y pobres por dentro y viceversa.
De estas contraposiciones surge una fuerte personalidad compleja e indudablemente
inquieta, capaz de modificar las cosas según la propia voluntad, pero
justamente esta peculiaridad crea en ella nuevas tensiones en el ánimo
haciéndolo inevitablemente y concientemente impetuoso, como un mar
por momentos movido por momentos agitado.
La segunda parte en versos y la tercera en forma epistolar recorren el mismo
camino, pero con matices distintos, con nuevas angulaciones que alternan luces
y sombras a veces densas y otras veces débiles, en busca de una identidad
aún por definir.
Decidir leer las experiencias de Patricia Vena es seguramente útil
a todos aquellos que están a la búsqueda de emociones fuertes
y de sí mismos. El viaje introspectivo es un pasaje obligatorio para
comprender las cosas de este mundo.
Giovanni Campisi
Solo ahora, que decidí escribir sobre la nostalgia a causa de la
lejanía de la patria, de tantas personas amadas y de los lugares
que formaron parte de mí, me doy cuenta que soy una nostalgia desde
siempre.
He vivido la nostalgia de la infancia, de los abuelos que no conocí,
de los hermanos que no tuve nunca, de las cosas que nunca hice, de los
lugares que nunca ví, de los libros que nunca leí, de los
hijos que nunca parí...
Yo, la de la risa fácil, la que está siempre alegre junto
a los demás, la que sabe reírse de sí misma divirtiendo
a los demás, he descubierto que soy una nostálgica sin remedio.
Por este motivo en estas páginas están todas esas nostalgias
y no solamente la de la Patria. Aunque ésta última es, quizás,
la más grande porque involucra y contiene todas las otras.
Soy argentina y también Maxs, mi marido.
Yo soy bioquìmica, él artista plàstico.
Somos descendientes de italianos y un dìa decidimos emigrar hacia
la Italia de nuestros antepasados.
La que sigue es una especie de crònica de nuestras vivencias, y
de la Italia que encontramos, o sea, intenta ser el relato de "la
nostra Italia" y también un homenaje a nuestra Argentina.
Es una historia en presente.
Es también, y sobre todo, una catarsis.
Eramos inmigrantes. Inmigrantes del año 2000.
Una experiencia distinta a la de nuestros abuelos, una inmigraciòn
con caracterìsticas nuevas, con un ritmo propio, con la misma angustia
bajo una forma distinta.
Eramos inmigrantes. Estàbamos en medio del hall de Fiumicino con
nuestras seis valijas, nuestros ojos tan abiertos, a 15000 Km de casa,
con una agenda llena de direcciones y nùmeros de teléfono
de gente desconocida, amigos de amigos, parientes de conocidos ... posibles
contactos... potenciales manos extendidas.
Pero solos, tangiblemente solos y, para peor, incomunicados; los italianos
de Italia no hablaban como los italianos de Argentina, a estos no se les
entendìa nada y lo que es aùn peor, ellos no nos entendìan
a nosotros.
Sin embargo, la euforia podìa màs que la angustia en aquellos
momentos. La novedad, el descubrimiento, querer verlo todo, emborracharnos
los ojos de tanto paisaje, de tanta historia. Venìamos de un continente
joven, Sudamérica, nuestra Sudamérica sin medioevo, sin
castillos, ni torres, ni pueblitos antiguos. Todo esto nos fascinò,
nos encantò, y mitigò en aquellos primeros momentos el dolor
de la distancia, de los afectos que quedaban atràs. Creo que ni
siquiera nos dàbamos cuenta de qué cosa habìamos
dejado a nuestras espaldas, quiero decir, no medìamos en toda su
magnitud el desarraigo que habrìamos de vivir.
Recuerdo dos sensaciones que se me imprimieron en alguna parte de la mente
durante aquellos primeros dìas en Pescara; dos sensaciones quizàs
contradictorias, pero igualmente fuertes; una, el olor de los bares italianos,
que después identifiqué como una mezcla de aroma de café
express y de facturas recién hechas y que desde entonces llamo
"olor a Italia"; la otra, la sofocante necesidad de escuchar
hablar en español. Las definì contradictorias y ahora agrego
"primarias", porque la primera, el "olor a Italia",
era un hecho placentero, agradable, y representaba de algùn modo
mi primer punto de contacto positivo con el nuevo habitat, que parecìa
recibirme con un cierto calorcito acogedor, mientras la segunda era la
primera materializaciòn de todas las barreras que, en aquel momento
aùn no lo sabìa, tendrìa que atravesar.
Nuestra primera mañana en Italia.
_ Muy bien, aquì estamos ... y ahora? _ exactamente la pregunta
que se podìa esperar de mì, siempre deposité en Maxs
el rol del que toma las iniciativas, yo después me pongo al lado,
escucho atentamente el plan de acciòn y empiezo a caminar en la
misma direcciòn. Porque confìo en su capacidad para tomar
decisiones o por comodidad? Probablemente por las dos cosas.
_ Ahora, empezamos a movernos _ también ésta, una tìpica
respuesta de Maxs. Hacer, para obtener resultados y para mitigar la angustia
de la incertidumbre.
Y asì, después de varios llamados telefònicos, nos
contactamos con un primo mìo que estaba estudiando a pocos kilòmetros
de Pescara; nos vino a buscar y nos instalamos provisoriamente en un pequeño
pueblito de la costa adriàtica, Grottammare.
Creo que es allì donde empieza verdaderamente la historia. Segunda
barrera: el trabajo; como ya dije, la primera fue el idioma. De todos
modos, la enumeraciòn responde solamente al orden de apariciòn
de dichas barreras, que no tenìan ni siquiera la delicadeza de
aparecer cada una de ellas cuando ya habìa sido superada la anterior,
sino que se superponìan y coexistìan en una confusiòn
tal que no logràbamos clasificarlas por orden de importancia.
El trabajo... primera diferencia con la inmigraciòn en nuestro
paìs. En aquellos tiempos, quienes emigraban a Argentina dificilmente
tenìan un tìtulo de estudios a un oficio determinado, por
lo tanto no era muy distinto el tipo de trabajos que podìan hacer
en su paìs de origen o en Argentina.
Nosotros en cambio, venìamos con nuestros diplomas en la mano,
llenos de sellos, firmas, legalizaciones, traducciones, etc. y en ellos
depositàbamos nuestras expectativas acupacionales, eran una suerte
de llaves màgicas que nos abrirìan las puertas del éxito
en la vieja Europa, que venìamos a revitalizar con el fuego sacro
de nuestro saber.
No servìan a nada, a nadie interesaban nuestros diplomas de "tercer
mundo", y pronto aprendimos que los posibles caminos a seguir eran
dos: hacer los trabajos que muchos italianos no querìan hacer y
que nosotros mismos no hubiésemos hecho en nuestro paìs,
aunque, hay que reconocerlo, aquì eran retribuìdos en modo
que permitìa vivir decentemente y en Argentina no, o bien obtener
los contactos adecuados para que alguien nos permitiese demostrar que
sabìamos hacer lo que nuestros diplomas decìan que sabìamos
hacer.
No durò demasiado nuestro establecernos en el departamento de Grottammare;
debìamos dejarlo después de un mes porque ya habìa
sido alquilado para la temporada de verano.
Era solamente nuestra primera base de operaciones, un respiro para poder
pensar màs o menos tranquilamente qué hacer y como.
Maxs casi no se permitìa reposo, veìa gente, hacìa
llamados telefònicos, corrìa, buscaba. Obtuvo dos proposiciones
para presentar una muestra pictòrica, pero no tenìa los
cuadros, habìa que hacerlos, lo cual significaba una inversiòn
de dinero y tiempo que no estàbamos en grado de afrontar.
Yo en tanto vivìa una mezcla de sensaciones que iban desde un estado
de permanente encantamiento, a un terror irracional de encontrarme sola
de frente a un italiano y tener que comunicarme con él, el problema
del idioma me sofocaba y me inmovilizaba. No me despegaba un minuto de
Maxs. En cuanto al trabajo, buscàbamos, cada uno de nosotros orientàndose
hacia lo que sabìa hacer. Y aquì descubrì, o quizàs
tomé conciencia de ello, que estaba en inferioridad de condiciones.
Maxs hacìa contactos como pintor, se presentaba como dibujante
gràfico, se ofrecìa como técnico en electricidad,
preguntaba en agencias publicitarias. Yo mostraba en tres o cuatro laboratorios,
privados porque a nivel pùblico ni pensar, mi tìtulo de
bioquìmica. Era lo ùnico que sabìa hacer, habìa
dedicado casi un tercio de mi vida a aprender a hacer anàlisis
quìmicos, clìnicos y microbiològicos.
Descubrì que Italia no estaba esperando ansiosamente mi llegada
para que ponga a su servicio mi vasto bagage de conocimientos en la materia.
La vivienda, tercer obstàculo. No hubiese creìdo jamàs
que podìa ser tan importante para mì el tema del lugar propio
y no me refiero a propiedad econòmica, no tenìamos intenciones
de comprar una casa, solamente aspiràbamos a poder alquilar una
en modo permanente. Habìa vivido casi toda mi vida en la misma
casa y por lo tanto me era natural reconocer cada rincòn, cada
baldosa.
Tenìa necesidad de ello.
En Italia no era fàcil; no lo era para los italianos y lo era menos
para nosotros, a quienes nadie conocìa, extranjeros que "quien
sabe si después se van a ir de la casa cuando la necesitemos".
La ley italiana dificulta desalojar a los inquilinos si éstos no
tienen una casa donde ir.
Cinco casas en dos años es demasiado para cualquiera, incluso en
el propio paìs, ni qué hablar en el extranjero. También
esto se resolviò.
Maxs empezò a trabajar para una agencia de publicidad.
A mì tuvieron que operarme, una formaciòn ovàrica
que era necesario extirpar.
Hacìa dos meses que residìamos en Italia, todavìa
no lograba manejar el idioma y esto dificultaba aùn màs
mi ya difìcil comunicaciòn con los médicos que, en
aquel momento lo descubrì, tenìan un trato con el paciente
distinto al de los médicos argentinos; me refiero a que me resultaba
demasiado formal y, sobre todo, tenìa la impresiòn que no
daban muchas explicaciones, como si pensasen que total yo no iba a entender
( porque era una extranjera o porque era un paciente?).
Esta actitud se revirtiò en parte cuando logré ( o mejor
dicho Maxs logrò) hacerles saber que yo era bioquìmica.
Esos veinte dìas en la clìnica no fueron fàciles,
Maxs habìa apenas empezado a trabajar y no podìa estar todo
el tiempo conmigo. Habìa algunos amigos recientes que venìan
a verme, pero creo que yo esperaba otros rostros, rostros queridos que
estaban tan lejos.
Finalmente me informaron que todo estaba bien, que no corrìa ningùn
peligro y podìa volver a casa. Otro escollo superado. Mientras
Maxs se afianzaba en su trabajo, yo ponìa a prueba mis fuerzas
psìquicas haciendo trabajos ocasionales, una lavanderìa,
una empresa de limpiezas, la vendimia, una señora anciana a quien
cuidar.
No habìa caso, no me resignaba a renunciar a mi profesiòn,
ni a mi tìtulo de doctora.
H ice las averiguaciones pertinentes para saber qué debìa
hacer para que mi tìtulo fuese reconocido en Italia. Un gran amigo,
Angelo, se ocupò personalmente del tema, informàndose en
las universidades y finalmente llegò la respuesta: debìa
dar un examen inicial para que pudiesen evaluar mi nivel de conocimientos,
después del cual debìa hacer al menos tres años de
universidad.
Mi decisiòn fue inmediata; yo ya habìa superado las muchas
dificultades que mi carrera presentaba en la Argentina y mi tiempo de
estudios y preparaciòn para ejercer la profesiòn ya habìa
pasado, ahora querìa trabajar y poner en pràctica todo lo
aprendido, por lo cual decidì que si mi diploma, tal y como era,
era aceptado, bien, sino, trabajarìa en otra cosa.
El idioma dejò de ser un problema, descubrì asombrada que
me apasionaba el estudio del lenguaje y ademàs me resultaba fàcil;
casi naturalmente iba incorporando elementos, entonaciones y giros idiomàticos,
que enriquecìan y fluidificaban mi italiano.
Creo que me asustaba tanto la posibilidad de hacer el ridìculo
hablando mal, que inconcientemente hacìa esfuerzos increìbles
por captar cada detalle y recordarlo.
También la casa dejò de ser un problema; finalmente alquilamos
un departamento por un perìodo de tiempo razonable, donde pudimos
empezar a poner un toque de nosotros, para poderlo sentir un hogar.
En cuanto al trabajo, al menos Maxs se iba creando un lugar y un nombre
en el ambiente publicitario de la zona. Claro, no le quedaba mucho tiempo
para pintar, pero estàbamos convencidos que ya llegarìa
el momento.
El tiempo pasaba, nosotros nos afianzàbamos cada vez màs
en el nuevo ambiente y muchas de las barreras iban quedando atràs.
Al menos las màs tangibles, las màs "fìsicas"
por decirlo de alguna manera.Claro , aparecìan otras.
Mirar lejos
y no ver horizonte,
no ver esa lìnea
recta y familiar
de nuestra llanura.
Mirar lejos
y ver una lìnea quebrada
atractiva
pero extraña.
Buscar el rìo,
y encontrar el mar.
Buscar los gestos
del còdigo propio,
conocido y comùn
y no encontrarlos.
Tener que aprender
mensajes nuevos
que no nos expresan,
pero nos igualan,
la vieja treta
de todas las especies,
el mimetismo
para subsistir.
Debo aclarar que ese paisaje, lleno de ritmo, colores y movimiento, me
cautivò y me sigue fascinando, aùn cuando no llego nunca
a sentirlo propio. Sigo sintiendo màs naturales las infinitas planicies,
los largos kilométros desolados de nuestras pampas.
Son dos lenguajes distintos, y amo los dos, en distintos modos.
Lenguajes... còdigos... he aquì una de las nuevas vallas
que encontramos, ya no las màs inmediatas, sino las que fueron
apareciendo con el tiempo, con el conocer gente, con el establecer contactos
humanos.
Eramos capaces de hablar en italiano y establecer comunicaciones formales,
pero nos faltaban esos otros còdigos, aquellos internalizados a
lo largo de una infancia, de una adolescencia, de una vida, y que nosotros
tendrìamos que aprender en tan poco tiempo.
Pero, es posible aprenderlos? . Es posible realmente incorporar elementos
a nuestro lenguaje hablado, gestual y corporal, que tienen que ver con
vivencias, sentimientos, experiencias?. Creo que es la GRAN BARRERA; es
como si nos hubiésémos curado recién de una amnesia
y por lo tanto pudiésemos relacionarnos con quienes nos rodean
solo en un plano presente, sin pasado, lo cual crea siempre la sensaciòn
de quedarse afuera, porque todo presente es siempre un resultado del pasado.
Y ellos y nosotros tenemos pasados distintos.
Y es en este punto donde aparece la contradicciòn.
Sì, porque por un lado me gusta sentirme parte de ellos, me gustarìa
reconocer las tradiciones, los recuerdos, el pasado. Y por otra parte,
cuando estoy en un grupo de argentinos y usamos nuestros còdigos,
recordamos nuestro pasado (no el de los libros de historia, sino ese que
se registra en la memoria colectiva) y reìmos de las cosas que
nos hacen reìr... me siento en casa.
Contradicciòn es la palabra màs adecuada para definir nuestros
sentimientos; creo que cada uno de nosotros, argentinos - italianos, italianos
- argentinos, o como sea que nos llamemos, lo que quisiéramos es
poder traernos la Argentina a Italia, o sea, traer nuestra gente, nuestras
costumbres, nuestros sàbados a la noche y nuestros asados del domingo,
a esta tierra que nos gusta, a este sistema socio- polìtico-econòmico
que nos permite vivir y crecer como personas sin los sobresaltos y angustias
que eran parte de nuestras vidas en Argentina.
La mayorìa de nosotros, que estamos entre los veinte y los cincuenta
años, no habìamos conocido la sensaciòn que produce
el hecho de que a lo largo de meses y meses los precios en los negocios
no cambien; para nosotros la inflaciòn era parte de la economìa
de un paìs. Tampoco imaginàbamos como era el hecho de que
la polìtica estuviese solamente en manos de civiles, sin que los
militares constituyesen una alternativa de poder cada vez que un gobierno
se encontraba en crisis.
Sì, a nosotros nos gustarìa traernos la Argentina a este
paìs donde el dòlar cuesta siempre lo mismo, liras màs,
liras menos.
Ademàs, estamos en Europa, donde pasaron todas las cosas importantes
del mundo, segùn dicen los libros de historia argentinos. Nos resultaba
difìcil hacer amigos. Al principio y por un largo tiempo, buscàbamos
(inconcientemente creo) personas en quienes depositar ese sentimiento
tan esencial para nosotros, el afecto hacia el AMIGO y esa bùsqueda
nos llevò a equivocarnos muchas veces, a adjudicar ese rol que
nos era tan necesario a personas que no reunìan las condiciones.
Nos inventàbamos amigos que al poco tiempo nos desilusionaban,
pero la culpa no era de ellos, era nuestra, éramos nosotros que
pretendìamos hacerlos a nuestra imagen y semejanza, ellos simplemente
eran como siempre habìan sido.
Con el tiempo fuimos aprendiendo y tranquilizàndonos, y, en un
modo natural, se fue produciendo una decantaciòn que reforzò
los lazos con aquellas personas con quienes realmente tenìamos
algo en comùn y fue dejando atràs a los demàs.
Maxs y yo nunca nos "ghettizamos", o sea no nos encerramos en
el cìrculo de argentinos que conocìamos, porque siempre
tuvimos claro que el hecho de que una persona fuese argentina no era condiciòn
necesaria y suficiente para que sea un amigo, y es por eso que quienes
quedaban afectivamente a nuestro alrededor en el proceso de decantaciòn
que mencioné eran indistintamente argentinos, italianos, marroquìes
o de cualquier otra nacionalidad.
A esta altura puede surgir la pregunta: y la familia? Solo los amigos
importan?
No sé como serà para los demàs, pero en mi caso personal
puedo decir que me fue màs fàcil traer conmigo a mi familia
que a mis amigos, es decir, sentì siempre a mis padres alrededor
mìo, aunque no estuvieran aquì; con los amigos es distinto,
es como si los necesitara corporeamente para saber que estàn.
Un dìa en la televisiòn dijeron que en Argentina habìa
una sublevaciòn militar y veìamos imàgenes de enfrentamientos
armados, gente en las calles.
Y doliò, doliò mucho, màs que la vez anterior, cuando
estàbamos "allà" y lo vivimos de adentro. Hacìa
tanto mal ver esas imàgenes tan iguales a otras que se veìan
todos los dìas en los noticieros y a la vez tan distintas porque
venìan de "allà", venìan de "casa"!
Esto se repitiò, una, dos veces... y cada vez el mismo dolor, cada
vez el miedo ... otra vez? Volveràn?
... Un modo un tanto brutal de recordar por qué emigramos.
La primera vez que alguien nos dijo, en un tono pretendidamente de broma,
" bah! que saben ustedes que vienen del tercer mundo?", nos
sentimos muy mal, pero al mismo tiempo creo que fue un desafìo,
algo que nos obligaba a luchar, a no rendirnos a pesar de las condiciones
que inicialmente podìan resultarnos adversas.
Con el tiempo fuimos aprendiendo que hay distintos tipos de subdesarrollo,
y que el mismo es relativo, es decir, se puede decir que esto es màs
subdesarrollado que aquello, o que aquello es màs subdesarrollado
que esto otro.
Descubrimos que el subdesarrollo màs notorio de la Argentina es
de tipo econòmico con respecto a este "primer mundo que nos
toca vivir", pero no es asì en el plano cultural, en el cual
hemos encontrado en muchos aspectos que nuestra mentalidad es màs
abierta, màs capacitada para evolucionar que la de esta sociedad
italiana, como si el peso de la historia que esta ùltima carga
sobre sus espaldas la obligase a caminar despacio y con paso cauteloso,
no sea que se le caiga alguna tradiciòn por el camino.
Debo aclarar que también entendimos que este fenòmeno de
"rallentamento"en la evoluciòn socio-cultural es especialmente
marcado en la zona de Italia en la cual nos establecimos, o sea la regiòn
central, que, como tal, goza de todos los avances tecnològicos
y de confort del norte del paìs, mientras conserva la mentalidad
tradicionalista y casi medioeval del centro-sur.
Fue precisamente esta caracterìstica la que desde un principio
creò en nosotros la sensaciòn de encontrarnos en una extraña
dimensiòn en la cual el pasado y el futuro coexistìan confundiéndose,...
y confundiéndonos.
Sì, porque adjudicàbamos a personas que tenìan acceso
a determinados niveles tecnològicos y hasta cientìficos,
niveles acordes de preparaciòn, informaciòn y cultura que
no siempre tenìan.
Hemos tenido que aprender tanto en tan poco tiempo! ... pero después
de todo es una habilidad que los argentinos tenemos muy desarrollada.
La necesidad que se nos presentaba en nuestro paìs de incorporar
nuevos paràmetros, de adaptarnos a nuevas situaciones, y de hacerlo
rapidamente para que la "selecciòn natural" de la supervivencia
del màs apto no nos dejara afuera, nos permitiò pasar también
esta prueba y en muchos casos con sobresaliente.
No, no quiero dar la impresiòn de que esta experiencia nuestra
de inmigrantes en Italia se desarrollò en etapas perfectamente
definidas, la primera de las cuales fue una larguìsima sucesiòn
de sufrimientos, nostalgias, rechazos y soledad, que una vez superada
dejò lugar a un estado de serena integraciòn a la nueva
realidad, en la cual ya se nos habìan abierto todas las puertas
y ... colorìn, colorado.
De haber sido asì yo hubiese escrito una telenovela y no esta especie
de crònica desordenada y quizàs confusa, que sin embargo
considero mucho màs fiel a la realidad y por eso decidì
dejar asì, sin intentar ordenarla en prolijos y sucesivos capìtulos.
No, la cosa no fue asì, al menos no para Maxs ni para mì.
Fue y sigue siendo, un intrincado entrelazarse de aquellas dos imaginarias
etapas.
Mientras descubrìamos, maravillados, paisajes y pueblitos increìbles,
luchàbamos codo a codo contra las hostilidades, comprensibles pero
no justificadas, de una sociedad no habituada a recibir en su seno otras
culturas, una sociedad que, al contrario, habìa sido històricamente
inmigrante en el mundo, y por lo tanto no estaba equipada ni siquiera
a nivel de legislaciòn para incorporar personas que venìan
de otras realidades. Y entonces, no sabiendo qué hacer con nosotros,
gentilmente nos ignoraba.
Mientras adquirìamos nuevas costumbres agradabilìsimas como
la de gozar de los fines de semana paseando, visitando amigos o haciendo
cosas en casa, sin preocuparnos de a cuanto abrirìa el dòlar
el lunes o si habrìa posibilidades de otro levantamiento militar,
discutìamos acaloradamente con quienes al saber que éramos
argentinos comentaban plàcidamente: " ah! Rìo de Janeiro
! "
Quiero decir que vivìamos al mismo tiempo y con la misma intensidad
los aspectos positivos y negativos de esta experiencia.
Tuvimos también que sacarnos de encima ciertos "tics",
profundamente arraigados en nuestro comportamiento, como el de sufrir
un sùbito ataque de taquicardia cada vez que veìamos un
policìa o un "carabiniere" (aquì si no se es un
delincuente no hay por qué tenerle miedo a la policìa).
O el de cruzar las calles corriendo en un perfecto càlculo de la
relaciòn entre la distancia a la cual se encuentra el auto màs
pròximo, la velocidad con que se acerca y el riempo necesario para
llegar a la otra vereda sin ser aplastados por el bòlido. En repetidas
oportunidades me encontré parada en una esquina esperando que pase
un auto que por algùn ignoto motivo habìa frenado a un par
de metros de mì, hasta que después de haber intercambiado
sonrientes miradas con el conductor del auto mientras me preguntaba "
y éste, qué corno espera para pasar?", me daba cuenta
que precisamente el señor estaba esperando que yo me decidiera
a cruzar, para poder seguir asì su camino. Entonces, màs
colorada que la bandera rusa y haciendo una incomprensible sucesiòn
de inclinaciones de cabeza en direcciòn al paciente conductor,
me abalanzaba precipitadamente hacia la otra acera.
Sì, es cierto, nos vimos obligados a incorporar nuevos còdigos
de convivencia; tuvimos que aprender a movernos en una sociedad que en
lo que respecta a la conducta social, era màs "civilizada"
por decirlo de alguna manera. Es como si nuestros comportamientos sociales,
me refiero a aquellos colectivos, estuviesen aùn en un estado màs
"salvaje". Y esto también tiene su explicaciòn,
o mejor, sus explicaciones.
Por un lado la indiscutible "juventud" de nuestra sociedad en
relaciòn con la "vieja Europa", y por otro, nuestra historia
de dictaduras militares y tiranìas civiles, que no nos permitieron
un aprendizaje de una vida comunitaria, sino que nos obligaron siempre
a vivir en un plano individual, tirando cada uno para su lado en un intento
desesperado de superar obstàculos y salir a flote lo mejor que
se pueda, pero siempre solos, sabiendo de no poder contar con una estructura
social, polìtica y ecònomica que nos respaldase. En la Argentina
el éxito es siempre individual.
Es por todo esto que estoy convencida de que solo un larguìsimo
perìodo de democracia pueda significar una esperanza para la Argentina.
Porque ése es el clima en el cual cada individuo sabe que, por
un lado debe responzabilizarse de cada uno de sus actos y decisiones ya
que no existe ese Estado-tutor que todo lo maneja, pero por otra parte
puede "crecer" socialmente con la tranquilidad de que a su alrededor
existe un sistema estable, capaz de absorber incluso sus errores, permaneciendo
a través del tiempo.
Era precisamente esto lo que nos faltaba cuando decidimos emigrar, la
posibilidad de hacer planes, de programar ... nos habìan robado
el futuro.
Vinimos
todos nosotros,
con la secreta esperanza
(a veces tan secreta
que ni nosotros mismos
la conocìamos)
de encontrar, aquì,
entre mar y montaña,
ese pasado nuestro
anterior a nosotros,
las historias de los viejos
absorbidas
en un proceso casi osmòtico.
Vinimos,
todos nosotros,
esperando, sin saberlo,
encontrar, aquì,
entre pasado y futuro
nuestra identidad.
En definitiva
la encontramos,
descubrimos, aquì,
entre dialectos y consumismo
que somos argentinos.
Esta poesìa, aùn cuando tenga un dejo de amargura debido
a ciertas frustraciones, es el reflejo de una de las cosas màs
importantes que me dio esta experiencia, la posibilidad de tomar conciencia
en un modo dirìa casi doloroso por lo intenso, de un hecho que
mientras estuve en Argentina no analicé jamàs... era tan
natural ser argentina, que ni siquiera me daba cuenta.
Sì, porque solo enfrentàndome a esta realidad distinta,
que se manifiesta en cada acto de la vida, desde las costumbres alimenticias
hasta el modo de establecer relaciones con otros seres humanos, logré
tomar conciencia con el hecho de que también nosotros tenemos una
identidad, con caracterìsticas propias y con cultura propia.
Y aquì, al mencionar la cultura, toco, creo, el punto neuràlgico
de nuestra inmigraciòn, o sea el hecho que nos crea las contradicciones
màs profundas en el proceso de inserirnos en esta nueva sociedad.
Sì, porque es en este "cara a cara" con esta estructura
social y econòmica de "primer mundo", con todos sus avances
tecnològicos, cientìficos y econòmicos, que descubrimos
que estamos dotados de caracterìsticas que este pueblo perdiò.
Es decir, nosotros conservamos intacto nuestro sentido de autoconservaciòn,
porque nuestra realidad polìtica, social y econòmica nos
lo exige, y no se trata solamente de escapar a peligros fìsicos,
sino ademàs de una desarrollada capacidad de revertir circunstancias
que nos son adversas y sacarles algùn provecho. Esto significa
no ahogarnos en un vaso de agua; esto significa también no "necesitar"
una enorme cantidad de inùtiles utensilios "indispensables
para la vida moderna" sin los cuales las sociedades ultradesarrolladas
estarìan perdidas.
Por otro lado, tenemos muy desarrollado otro instinto, el de la libertad,
el de no dejarnos someter, el de no aceptar señores ni patrones,
y esto nos ocasiona serios conflictos en una realidad que tiene sus raìces
en un pasado feudal que dejò profundìsimas huellas en la
idiosincrasia popular.
Y entonces viene la lògica pregunta: còmo es posible que
con semejantes caracterìsticas el pueblo argentino haya pasado
gran parte de su historia sometido por dictaduras militares? La respuesta
es demasiado compleja, pero creo que una de las claves es, como escribì
antes, que dichas caracterìsticas se mantuvieron siempre en un
plano individual, intereses externos a ese pueblo impidieron que pasaran
a formar parte de la conciencia colectiva, sofocando con todos los medios,
lìcitos e ilìcitos, cada intento de maduraciòn del
pueblo argentino; es todavìa un pueblo adolescente.
Un dìa, a casi tres años de nuestra llegada, pasamos delante
de un muro en un paso a nivel y leì un grafiti.
Lo leì mecanicamente; tengo la manìa de leer todo lo que
me pasa delante de los ojos. Solo algunos segundos después me dì
cuenta, decìa SOL TE QUIERO. Sì, asì, en español.
No puedo explicar la sensaciòn que me invadiò, en ese momento
supe qué cosa es la nostalgia.
Fue como haber volado en fracciones de segundo a Rosario, con sus paredes
llenas de frases, dibujos, declaraciones de amor.
Y al mismo tiempo fue tomar conciencia, a través de un hecho emotivo
porque racionalmente lo habìamos analizado tantas veces, de la
importancia que iba cobrando en esta Italia tan tradicionalista y tan
"italiana", el fenòmeno inmigraciòn y especìficamente
la inmigraciòn argentina.
Nos estàbamos convirtiendo en una presencia, o mejor, en una omnipresencia;
por toda Italia se encontraban argentinos. Muchos italianos que hasta
ese momento apenas habìan oìdo hablar de la Argentina, empezaron
a enterarse que ademàs de generales y villas miserias como la de
Maradona, en ese paìs habìa artistas, cientìficos,
autopistas y rascacielos.
Cuidado, que escribì "muchos italianos" y no "todos",
porque hemos encontrado también gente bien informada y que estaba
perfectamente al tanto de la realidad argentina.
Ese grafiti fue para mì, de algùn modo, la prueba de nuestra
decisiòn quizàs inconciente de conservar nuestra cultura,
esa cultura argentina que tantos niegan y que yo estoy convencida que
existe realmente, aùn cuando sea la suma de tantas otras culturas
que se fueron fundiendo, modelando y acomodando unas a otras.
No decìa SOL TI VOGLIO BENE, decìa SOL TE QUIERO.
Las historias son tantas... cada una distinta y todas iguales. O sea,
cada uno con la circunstancia que le tocò vivir y el medio ambiente
donde "aterrizò", pero siempre, en todos, la nostalgia,
esa nostalgia especial, no aquella de nuestros abuelos que cantaban sus
canzonetas en la pampa argentina, sino esta nostalgia contradictoria,
a veces disfrazada de desprecio por lo que quedò atràs,
del otro lado del océano, como en el caso de Juan.
Juan que està siempre proyectando el pròximo viaje a la
Argentina y una vez allà representa por un mes su papel de magnate
europeo y mira a todos desde arriba, para después volver y empezar
de nuevo a proyectar su pròximo viaje a la Argentina.
Esta nostalgia a veces disfrazada de odio hacia esta sociedad italiana,
como en el caso de Silvina, que odia todo y todos en Italia, pero posterga
eternamente su regreso a la Argentina, porque "quiero volver con
buena guita, entendés?". Y sigue añorando la patria
lejana, que a fuerza de ser lejana se hace màs querida.
O esa nostalgia racionalizada de Carlos, que sabe que hizo su elecciòn,
en la cual ganò en tranquilidad econòmica y social y perdiò
en afectos y amigos, y después de tantos años se sigue preguntando
por qué hay que elegir.
O la nostalgia proclamada y hecha bandera de Ricardo, que la convirtiò
en leit-motiv de su vida, a tal punto que si volviese a la Argentina no
tendrìa màs motivo para vivir.
O esta nostalgia mìa, màs "ìntima" la definiò
un amigo, por la cual me siento bien caminando por esa calle de San Benedetto
arbolada de àrboles tan verdes, que me recuerdan mi barrio, La
Florida, allà lejos en Rosario.
Tantas nostalgias y una sola... tantas historias y una sola.
En definitiva, cada uno de nosotros, en mayor o menor medida, hemos pasado
a formar a parte de esta relidad y esta realidad ha pasado a formar parte
de nosotros, y, màs allà de que seamos capaces de aceptarlo
o no, esto nos gusta, y quizàs sea este hecho lo que hace màs
dolorosa nuestra nostalgia. Y también màs soportable.
Volver... no, no "con la frente marchita etc. etc." y "chan-chan",
volver a la Argentina por un mes significò re-conocer mi lugar,
mi gente, mi cultura, pero al mismo tiempo fue lo mismo que me pasaba
cuando era chica y faltaba algunos dìas a la escuela por una gripe
o algo asì; cuando volvìa tenìa la sensaciòn
de no pertenecer màs a ese lugar, a esa gente, porque durante mi
ausencia habìan vivido cosas que yo no habìa vivido y eso
nos separaba. Me llevaba un par de dìas superar eso y volverme
a sentir parte del grupo, y, no sé por qué, era doloroso.
Sì, un dìa volvì a la Argentina y la sensaciòn
no fue una, sino tantas, entremezcladas y superpuestas.
El primer golpe fue el de encontrar nuestras llanuras, en el viaje en
auto de Buenos Aires a Rosario; esa sensaciòn de la vista perdiéndose
tan a lo lejos, sin "chocarse" con ninguna colina, y por primera
vez tomar contacto, no ya en un plano cultural o de informaciòn,
sino como una experiencia internalizada, con el casi absurdo de aquellas
extensiones de tierra sin cultivar, libradas a la Naturaleza y sus ritmos
propios.
Digo de haber por primera vez tomado contacto con esto, porque si bien
es casi un lugar comùn de los argentinos hablar de nuestras tierras
sin trabajar, solo después de dos años en Italia entendì
lo que significa extraer al màximo de la tierra todo lo que puede
dar; me acostumbré a ver cultivos en las laderas de las montañas,
en los jardines de las casas y en cualquier pedacito de tierra disponible.
Esto en cuanto se refiere al paisaje rural; una vez en la ciudad me sorprendiò
la diferencia de edificaciòn y de trazado urbano, con respecto
a las ciudades italianas, y me impresionò la cantidad de cielo
de los barrios de Rosario, donde la gran mayorìa de las casas son
bajas, de un solo piso, dando asì una sensaciòn de mayor
espacio y aire, comparadas con las calles angostas y flanqueadas de casas
con dos o tres pisos de cualquier pueblo o ciudad de Italia, donde a veces
parece que ni siquiera el viento se animase a entrar.
Son dos estructuras absolutamente distintas, reflejo de dos pensamientos
distintos, pero no puedo decir que una me guste màs que la otra,
simplemente amo cada uno de estos dos estilos por lo que cada uno de ellos
representa.
Es como si las ciudades argentinas hubiesen crecido como un elemento màs
del paisaje y de ahì la necesidad de conservar espacios abiertos,
vegetaciòn abundante, parques llenos de verde que repiten los motivos
de la naturaleza circundante. Mientras que las ciudades italianas me parecen
màs bien el refugio que los hombres se construyen para protegerse
de la naturaleza y de los otros hombres, para acercarse unos a otros y
mantenerse unidos y por lo tanto màs fuertes; y cuando tienen necesidad
de la naturaleza, no la buscan dentro del poblado, salen de él
y van hacia el campo, a trabajarlo, a domarlo, a disfrutarlo.
Y después... después... Fue el encuentro, fueron tantos
encuentros, rostros, abrazos, làgrimas, preguntas.
Fue sentirme de nuevo en casa, pero a la vez ajena. A esto me referìa
màs arriba, la realidad que parecìa ser la misma que yo
habìa dejado dos años atràs, no lo era completamente,
infinitos matices habìan cambiado, muchas cosas habìan sucedido
sin que yo las viviera y por màs que me contaran no lograba entenderlas.
Esto creaba esa especie de brecha que me llevò varios dìas
atravesar.
Pero habìa tanto afecto antiguo, tantos gestos conocidos, todo
ese humor irònico que tan bien sabemos manejar los argentinos,
riendo de nosotros mismos, de nuestras desgracias, de nuestros defectos,
que era imposible no readaptarse pronto.
Fue maravilloso reencontrarme con mi patria y confirmar cuanto la quiero
y cuanto me duele todo su drama, su destino de "terzo mondo"
trazado y diseñado desde afuera.
Y fue estupendo sentarme de nuevo en cualquier bar del centro a tomar
un café con un amigo.
Pero, justamente mientras tomaba un café con un amigo, escuché
en una mesa vecina dos señores que charlaban en italiano y... zàs!
... la nostalgia en sentido contrario.
Fue entonces que entendì que quien emigra queda indeleblemente
marcado por ese sentimiento dulce y doloroso a la vez, no importa donde
se encuentre.
Y finalmente, después de treinta cortìsimos dìas,
volvì a Italia, y se repitiò el dolor del adiòs de
la primera vez, y ahora sé que se volverà a repetir cada
vez, pero sé también que valdrà la pena.
Queda un argumento por analizar. Quizàs uno de los màs delicados.
Muchas veces, sobre todo al inicio de mi residencia en Italia, me planteé,
al igual que muchos otros inmigrantes, si tenìamos derecho a opinar,
criticar, protestar o reclamar, en el plano polìtico, social y
econòmico italiano. Es inevitable esa idea o sensaciòn de
"estar en casa ajena" y por lo tanto "hay que callarse
la boca".
Y bien, aprendì que no es asì, que no hay que callarse la
boca y que no estoy en casa ajena, porque no vivo de la caridad de la
gente; sì, es cierto que nacimos en otro lado, pero aquì
trabajamos, soñamos, sufrimos, comemos, pagamos los impuestos y
hacemos el amor, y todo eso nos da el derecho a pensar y opinar en libertad.
De no ser asì, nos encontrarìamos de frente a una dictadura
infinitamente màs sofisticada que nuestras dictaduras de tercer
mundo financiadas y sostenidas por el primer mundo.
En definitiva, es hora que entendamos que las palabras "nacionalidad"
y "patria" estàn màs ligadas al léxico
de los sentimientos que al còdigo penal.
Empecé estos escritos diciendo que ésta es una historia
en presente, y por lo tanto éste no es un final. Es màs,
quizàs sea un principio.
PATRICIA MONICA VENA
Ganarle a la tristeza
Tenemos que ganarle a la tristeza
tenemos que aplastarla
dejarla boqueando, sin respiro
perpleja ante nuestra carcajada.
Tenemos que ganarle a la tristeza
tenemos que hacer fuerza,
reírnos como locos
de mis chifladuras y de tus angustias,
de este mundo y de esta gente,
del miedo a quedarnos solos,
del miedo a quedarnos lejos.
Tenemos que ganarle a la tristeza,
pisoterarla, destruirla,
o por lo menos
matarla con la indiferencia;
de tanto ignorarla quizás un día
se aburra y nos deje en paz
con la alegría.
Tenemos que cantar
bailar y contar chistes,
olvidarnos de la gente de plástico
que cambia de forma
y se deforma,
rescatando, claro, los amigos
los de siempre
los de antes
los de ahora
que se cuentan con los pocos dedos
de una sola
de nuestras cuatro manos.
Tenemos que refrescarnos la memoria
y recordar que el mundo es nuestro
porque hace mucho tiempo lo compramos
cuando decidimos vivirnos hasta el fondo.
Tenemos que inventarnos un dios
(total, son todos un invento),
el dios de los que están alegres
no importa con cuál pretexto,
y pedirle, todas las mañanas:
- no nos dejes caer en la tristeza
y danos, también hoy,
nuestra risa cotidiana.
El verano de la infancia
El verano de la infancia
era verde, anaranjado, rojo,
era sol en abundancia
y era el río,
arena sin fin
y el cielo del sur del mundo,
más ancho, más profundo,
más cielo y más mío.
El verano de la infancia
era un día interminable,
y una noche caliente, pegajosa,
el encuentro con los amigos,
se va a dormir tarde.
No lo he vivido al máximo
el verano de la infancia,
no saboreé lo suficiente
mi lugar en el sur del mundo.
Ahora me doy cuenta
que he vivido una vida,
como si tuviese aún otra
para vivir más tarde.
Y así perdí la infancia,
el verano,
el cielo
y aquel lugar mío
en el sur del mundo.
Raíces
Y después de todo
la nostalgia existe,
y las personas no tienen raíces,
tienen recuerdos."
Así me escribías
Amiga
recordando pasados,
momentos ya viejos,
que a veces parecen
no haber existido
de tan lejanos
de tan desteñidos
de tan pasados.
En ese pasado y ese lejos
crecíamos
aprendíamos la vida
como una lección
en la cual
había que sacarse un diez
... o nada.
Quién sabe
qué nota nos pusieron.
Yo creo que nos esmeramos,
vos y yo,
en esa escuela.
Recorrimos muchos caminos
a veces opuestos
otras paralelos,
tratando siempre de aprender
para sacarnos el diez,
pero el "Felicitaciones"
nunca nos llegó
o no lo supimos ver,
lo buscábamos en el cuaderno,
sobre la hoja blanca y prolija,
la tuya más que la mía,
fui siempre más reacia
a poner las cosas en orden.
Mi camino un día
se hizo de aire
y volé
para caminarlo
y llegué a un mundo
que ya estaba hecho
donde nada de mí
había intervenido
para hacerlo.
Y hubo que inventarse
raíces nuevas,
como la planta de frutilla
que donde se apoya
echa raíces
para no caerse,
para sobrevivir.
Pero las personas
no son frutillas,
y las raíces nuevas
no son las viejas,
no tienen fuerzas
no van tan hondo,
no son tan ciertas.
Es la raíz vieja
Amiga
la que me ata a la tierra.
Esto, sin embargo,
lo aprendí echando las nuevas.
Desde lejos
"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
Julio Cortázar
Tenías razón Julio,
ser argentino es estar triste,
ser argentino es estar lejos,
pero es también muchas cosas más.
Ser argentino es escuchar un tango
y aunque lo hayamos siempre negado
empezar a descubrir que nos gusta,
que es nuestro,
que después de todo nos dibuja,
nos describe,
nos explica mejor que mil palabras.
Y es caminar por cualquier calle
de cualquier ciudad
de un país cualquiera
y saber que aunque sea linda
no es como aquella
en la que besamos por primera vez,
y aún antes jugamos a las escondidas,
o aprendimos el difícil equilibrio
de la primer bicicleta.
Ser argentino es también
sentirse europeo por parte de padre
para después venir a Europa
y sentirse argentino por parte de tierra.
Es sentir un hueco en el estómago
y saber vagamente
que ningún bife podrá llenarlo.
Bueno, quizás,
después de todo y resumiendo
"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
No nos fuimos
No nos fuimos para siempre,
nadie se va para siempre,
nos quedamos un poco
en el sol del mediodía,
en la corriente del río,
en las calles ardientes del verano,
en las noches tristes del otoño.
Nos quedamos un poco en el aire
y un poco en la tierra,
en el soplido del viento
y en el calor de la siesta.
No nos fuimos del todo
un poco nos quedamos
en cada uno de los que dejamos,
un poco nos quedamos
en las ganas de volver
que a veces nos pasan por arriba,
nos atropellan inundándonos de ayer,
para después irse
dejándonos exhaustos,
sin fuerzas,
de tanto recordar.
No nos fuimos del todo,
nadie se va del todo,
lo sé porque a veces vuelvo
en un perfume,
en un sonido,
en un color
o en un sueño que después olvido.
Recuerdos
Recuerdos que son sueños
que son sonidos
que son olores y colores.
Flash
relámpagos
imágenes
una voz
los rostros,
nítidos
tangibles
y sin embargo se esfuman
y sin embargo no están.
Mi memoria
Me hace regalos
inventa juegos
me sorprende:
una luz
un silencio
una mañana
un perfume.
Hace nulo el tiempo
lleva a cero la distancia
y queda sólo ese instante
en realidad fugitivo
en realidad frágil
del recuerdo
hecho materia
del encuentro
entre aquella realidad
y ésta.
Y sin embargo tengo miedo,
la memoria tiene un límite,
esto me asusta
podría olvidar
podría
ser
olvidada
¿Ves?
Ves?
Después de todo no es tan largo
el camino,
no es tanta la tristeza,
no es tan grande
la soledad,
si hay un amigo
del otro lado
de la distancia
que piensa, como vos,
que después de todo,
no es tan largo
el camino.
País no mío
Quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando a quererte
país no mío.
Después de haberte estudiado
analizado
desmesnuzado
desarmado
y vuelto a armar,
después de haberte hecho pedazos
y pegado los fragmentos,
después de haberte negado
y repudiado,
después de haberte, en fin,
conocido,
quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando,
lentamente,
a quererte
país no mío.
Aunque no sos mío
y yo no soy tuya
y no lo seré jamás,
aunque no me fío
de tu forzada cortesía,
aunque sé que ignorás
a todo el que no te pertenezca
y desconfiás de los extraños
que se atreven a acercarse a vos,
quizás,
y a pesar mío,
estoy empezando a quererte
país no mío.
He aprendido a conocerte
en tus lados mejores
y en los peores,
te he hasta defendido
alguna vez,
cuando alguien,
sin conocerte,
ha expresado
alguna fácil sentencia,
es imposible definirte
con tanta superficialidad.
Y sin embargo, sin embargo...
hay algo que nos falta
a nosotros dos,
hay algo que nos impide
ir más allá,
y yo quizás sé
cual es el incoveniente:
se da el caso,
y esto es un hecho,
che vos,
país,
...no sos el mío.
He decidido
He decidido:
quiero recuperar
todo el tiempo perdido.
Quiero cantar
aunque soy desentonada,
quiero danzar
aunque no estoy en forma
y no lo sé hacer.
He decidido:
quiero aprender a nadar
y si es posible también a volar
o al menos intentarlo.
Quiero amar
y ser amada
y creerlo
en un caso
y en el otro.
He decidido:
quiero conocer
todos los lugares posibles,
ir a lugares prohibidos,
alojar en turbios locales,
bebiendo vino con desconocidos.
Quiero desafiar los peligros
Y superar todos los miedos,
no avergonzarme de nada,
no tener sentimientos de culpa,
no ser tan prudente.
Quiero ser mala
Cuando tengo ganas de serlo,
amar cuando tengo ganas de amar
y odiar cuando tengo ganas de odiar.
He decidido:
quiero vivirla,
esta vida.
Alejandro
nostalgia del amigo que quiso irse para siempre - 31 diciembre 2000
Te imagino libre,
ahora,
te imagino liviano
casi parte del aire
sin tus cadenas personales
demasiado pesadas
para tu cuerpo minusculo.
Te imagino
finalmente libre
satisfecho de tu ùltimo
anhelado
acto de coraje.
Lo habìas decidido
tanto tiempo antes
que ya casi era un sueño
o un martirio.
Te imagino sonriente
con tu expresiòn
de clown sin maquillaje,
y te imagino danzante
con una gracia nunca sospechada
en tus movimientos casi torpes,
casi errados,
y te imagino sereno
en el rostro, en el alma
y en el cuerpo.
Te imagino libre.
España
Era España y verano
caminábamos sin apuro
confundidos en una corriente
de turistas después de la siesta;
de repente un aroma
dulzón, antiguo, conocido
se acercó a mi memoria
y fue un instante,
un instante solo,
ví la vieja casa de mi abuela,
el patio
las plantas
yo niña
en un pasado lejano,
escondido,
casi olvidado.
A veces el tiempo
nos concede estos permisos
y podemos desandarlo
en un momento,
recuperando un recuerdo
que creíamos perdido.
Beppi
Cuando volví por primera vez a la Argentina, después de casi
dos años de vivr en Italia, en la casa de mis padres se había
organizado una cena de bienvenida para mí. Había parientes;
amigos, vecinos. Entre ellos un viejo señor italiano, amigo y vecino
de casa, que además había colaborado materialmente en la realización
de la fiesta. Vivía en Argentina desde hacía unos cuarenta años
y no había vuelto nunca más a su tierra.
Todos hablaban, reìan, me hacían preguntas, y en un cierto momento
este señor me miró con sus ojos buenos y me preguntó:
" Decime, no es cierto que el cielo de Italia es más azul?"
Me conmuevo cada vez que recuerdo este episodio.
Sí, querido Beppi, tenías razón, siempre el cielo de
la infancia es más azul.
Beppi murió algunos años después sin volver a ver su
Italia.
Abuelo Francisco
Tuve un abuelo músico. Nací demasiado tarde para conocerlo.
Tenía una orquesta, que él mismo dirigía, y andaba por
los pequeños pueblos alrededor de la ciudad de Rosario, en Argentina,
animando las fiestas, haciendo bailar y divertir a los paisanos.
Dicen que tenía mal carácter, pero yo no lo creo demasiado,
porque uno que ama la música no puede ser tan malo después de
todo.
Dicen también que era capaz de tocar cualquier instrumento que le cayera
en las manos y que le bastaba escuchar una sola vez una canción para
poder reproducirla perfectamente. Un verdadero talento musical innato.
¡No sabés cuanto lamento no haberte conocido, abuelo Francisco!
Tuyo tengo solamente una vieja partitura para piano de un vals que habías
compuesto, llamado "Eternidad". A veces lo toco en mi teclado electrónico
(¡puedo imaginar tu mirada de estupor y asombro si pudieras ver un semejante
instrumento!) y me convierto en uno de los componentes de tu orquesta, la
"Típica de Francisco Vera", en un baile de pueblo. Veo las
parejas girar al ritmo de tu música dulce, melancólica, las
mesas con las madres de las chicas que no perdían de vista sus hijas
danzando en los brazos de los muchachos, siento el perfume de los jazmines,
escucho fragmentos de conversaciones en las cuales se enredan palabras en
español con otras en italiano, pronunciadas por los inmigrantes que
no han aprendido del todo el nuevo idioma, y se obstinan en conservar vestigios
del propio.
¡Quién sabe cuántas cosas habrías podido enseñarme!
Nos hubiéramos divertido juntos, seguro, tocando el piano, usando la
música para comunicar.
Me hiciste falta, abuelo Francisco.
I. La amistad
¿Te das cuenta? Hace unos cuatro años que nos conocimos, aquí,
lejos de donde están nuestras casas, esas donde nacimos, donde jugábamos
de chicos, donde papá y mamá nos dieron los primeros elementos
con los cuales ingenuamente pensaban que íbamos a poder afrontar el
mundo, un mundo que cambia tan vertiginosamente que lo que ayer servía
hoy ni siquiera existe; lejos de donde crecimos, vivimos el primer amor, donde
aprendimos a amar por nuestra cuenta y nos enseñaron a odiar a la fuerza.
Probablemente si nos hubiésemos quedado siempre allí, quietos,
inmutables, no nos hubiéramos conocido, ¡vivíamos tan
lejos unos de otros!
Hace cuatro años que nos conocimos y sólo desde hace muy poco
tiempo empezamos a sentirnos amigos. Estoy convencida que no es un hecho fortuito,
estoy convencida de que en algùn modo nos resistimos al afecto, éramos
concientes de ser cuatro viajeros y como tales capaces de levar anclas en
cualquier momento, creo que al menos en vos y en mí éste fue
un factor importante para no abandonarnos a esa "sintonía"
que, sin duda, reconocimos en el primer instante. Tanto a vos como a mí
nos dolían demasiado todas las despedidas que no habíamos logrado
dejar atrás, y no queríamos exponernos a nuevos dolores.
Y cuando lo habíamos casi conseguido, aflojamos, quizás creyendo
que ya no había peligro, la decisión de ustedes de partir ya
estaba tomada aunque no tuviera una fecha fija, y probablemente pensamos que
a ese punto no había más nada que temer, nuestra racionalidad
no podía flaquear ante los hechos consumados. Se me ocurre sin embargo
otra explicación que mucho me temo que sea más cercana a la
realidad: una vez me dijiste que un psicólogo te había explicado
que las personas que tienen neurosis similares se atraen, probablemente nuestras
respectivas tendencias al masoquismo nos hayan empujado a acercarnos afectivamente
justo cuando sabíamos que pronto nos tendríamos que separar.
Pero, después de todo, ¿tiene algún sentido, en este
momento, buscar los motivos de una amistad que de todas maneras existe y de
todas maneras va a terminar? Porque estoy convencida que esta amistad, terminará
apenas nos separemos; seguramente será reemplazada por otra, sublimación
de lo que hoy es, con todos los instrumentos proprios de la sublimación,
o sea, cartas una vez cada tanto, la infaltable tarjeta de saludos para fin
de año "con nuestros mejores deseos", algún cassette
que quizás en una crisis de nostalgia nos decidamos a grabar y mandar
con un viajero ocasional que nos haga el favor de meter en su bolso y llevar
por avión nuestro afecto idealizado, intacto, casi sin usar, tipico
de las relaciones a distancia. Son afectos que no se gastan, no se ponen a
prueba, no corren riesgos,
y no crecen.
Te soy sincera, no me interesa en manera particular adquirir una nueva sublimación
de amistad, tengo ya tantas
y te digo esto aún sabiendo que cuando
reciba tu primera carta me voy a alegrar enormemente, seguramente me voy a
reír con alguna de tus ocurrencias escritas, y seguramente voy a llorar
con algún recuerdo que infaltablemente va a aparecer. Sucede que si
bien es cierto que tengo ya demasiadas sublimaciones de amistad, no tengo
el coraje para renunciar a tener al menos eso.
II. Las preguntas
Ahora bien, la cuestión es que te vas, para mayor exactitud, volvés,
volvés a aquella gran "casa" que es "el lugar donde
nacimos, crecimos, vivimos el primer amor, etc.,etc.", y la pregunta
es: ¿encontrarás lo que vas a buscar? Admitiendo que sepas qué
vas a buscar, porque no siempre uno lo sabe exactamente, generalmente sabe,
en forma vaga y genérica, que va a buscar en otro lugar aquello que
le falta en el lugar donde está. O sea, sabemos perfectamente qué
cosa nos falta, pero ¿tenemos siempre claro qué cosa tenemos?
Y esto no es retórica religiosa, del tipo "debemos valorar lo
que tenemos" o poética del tipo "no hay nada más amado
que lo perdí"; no, se trata de preguntarnos si aquellas cosas
que hoy nos son propias en modo casi lógico, porque en el medio en
que estamos no podría ser de otra manera, porque es "natural"
que nos pertenezcan y tengamos derecho a gozar de ellas (que quede claro,
no estoy hablando sólo de objetos o propiedades, pero tampoco sólo
de bienes espirituales, nuestras vidas, lo admitamos o no, están hechas
de unos y de otros) no se van a transformar después, cuando nos falten
en ese otro medio que, y ese es el problema de "volver" en vez de
"irse", sabemos que carece de muchas de esas "garantías"
por llamarlas de algún modo, en angustias que reemplacen las de hoy.
En ese caso, la nueva pregunta será: ¿vale la pena todo el enorme
esfuerzo, en todos los aspectos, que significa un nuevo desarraigo, un nuevo
cambio de medio, un nuevo "volver a empezar", sólo para cambiar
unas angustias por otras, unas carencias por otras, unas fantasías
por otras?
Supongo que todas estas preguntas, más que hacértelas a vos
me las estoy haciendo a mí misma, y creo que para mí la respuesta,
al menos en este momento, es no. Claro, como siempre me sucede, después
de una afirmación me sobreviene inmediatamente una duda, ¿será
que mi respuesta es no porque no estoy tan viva como antes, porque de algún
modo me estoy rindiendo a las circunstancias y perdiendo la capacidad de defender
la utopía? ¿Será esto un signo de crecimiento y madurez
o bien de empezar a morir? Pero en relidad ¿no son acaso la misma cosa
crecer e ir muriendo? Quiero decir, es como si fueran dos procesos contrapuestos
pero ubicados sobre una misma recta, uno crece hacia la derecha y el otro
hacia la izquierda, y obviamente se funden. ¿O serán dos procesos
sí contrapuestos pero sobre dos rectas distintas, no paralelas, que
por lo tanto se intersectarán en un único punto: la muerte,
en el cual se termina de crecer y se termina de morir?
III. Los miedos
Después de toda esta pseudo-filosofía de charla trasnochada
¿cómo hago para volver al hecho afectivo que motivó esto
que estoy escribiendo? Sucede que en realidad es todo parte del afecto, estoy
simplemente utilizando el aspecto racional de mi propio análisis de
los hechos, para expresar la bronca, la angustia, el miedo que esta separación
me producen.
El miedo, ¿te acordás cuando me contaste uno de los miedos más
profundos que la perspectiva de volver te producía? Te referías
a ese peligro siempre latente, no sé si más en nuestro imaginario,
producto del terror vivido, o en la realidad, de los autoritarismos tan frecuentes
en aquellos lugares. Hemos vivido gran parte de nuestras vidas sometidos a
esa condición, la del poder absoluto detentado por unos pocos que habían
logrado, cada vez que quisieron, destruir enteras generaciones con el terror,
con la aniquilación no sólo de las vidas sino también
y sobre todo de las ideas, de sueños simples y grandiosos a la vez
como la libertad, la paz, el derecho a ser quien se es. Porque creo conocerte
lo suficiente, cuando pienso en estas cosas soy conciente que sólo
un gran caudal de amor dentro tuyo te puede haber llevado a exponerte a ése,
nuestro Gran Fantasma.
Pero volviendo a la separación, nosotros, los que hemos conocido la
dimensión de la lejanía, los que tuvimos acceso a la experiencia
del despojo casi total de todo aquello que hasta un cierto momento conformó
nuestro mundo, pudimos aprender que nada es tan definitivo como parece ser,
ni siquiera los grandes dolores, y por eso en una de nuestras últimas
charlas convinimos en que nos íbamos a extrañar mucho, pero
también convinimos en que después, lentamente, nos iríamos
olvidando, no del amigo, sino del dolor que la lejanía del amigo nos
producía, para reemplazarlo por una especie de dulce melancolía:
la sublimación de la cual te hablaba. Es sin lugar a dudas, un mecanismo
de defensa de nuestra psiquis: si no podés evitarlo, buscá el
modo de que te duela menos.
Probablemente la cosa que hace más difícil esta separación,
para los cuatro, sea esa sensación que, creo, todos tenemos, de habernos
encontrado a destiempo, esa sensación de que si nos hubiésemos
acercado antes tantas cosas se podrían haber hecho, tantos proyectos
relacionados con intereses comunes, con las ganas de todos de caminar juntos
aunque sólo sea un trecho para poder llevar a cabo alguna gran empresa.
¿Y si fuera solamente una fantasía, una más de las tantas
masturbaciones que día a día nos hacemos, para justificar la
inercia de no haber hecho nada cuando tuvimos el tiempo?
¡Al diablo! Lo que realmente importa son todas las cosas que sí
hicimos, todas las risas que dejamos volar, todas las madrugadas que transitamos,
inmersos en complicados discursos a los que asistían, mudas y asombradas,
con cara de no entender nada, las botellas vacías que nos habían
regalado su precioso vino, elixir mágico que nos abría las puertas
a la búsqueda de nosotros mismos. Reconozcamos que son esas las cosas
que nos van a faltar cuando no estemos juntos, las que podrían haber
sido seguirán siendo habitantes del planeta del Quizás.
Hemos analizado muchas veces los motivos de esta dificultad que tenemos, en
nuestra condición de inmigrantes, para establecer lazos afectivos tan
consistentes como los que dejamos en nuestra tierra, y llegamos a la conclusión
que, más allá de las diferencias culturales que obviamente implican
también una diferencia en las modalidades de las relaciones humanas,
tiene una gran importancia el tiempo, o sea el hecho de que aquellas amistades
que dejamos se fueron construyendo con los años, sin que las forzáramos
y sobre todo, en la mayoría de los casos nacieron en períodos
de la vida especialmente fértiles para ello: la niñez, la adolescencia;
por otro lado se producían en ámbitos que nos eran naturales,
como la escuela, la universidad, el trabajo, y por lo tanto casi como una
cuestión estadística era más probable que se relacionaran
personas con intereses comunes o con características similares, mientras
que, al verse uno inmerso en un medio nuevo, desconocido, sin conocer ni siquiera
ciertos códigos que pertenecen al pasado de casi todos los individuos
que se desarrollaron bajo las mismas condiciones culturales, políticas,
económicas, históricas y hasta geográficas, claramente
aquella probabilidad es mucho menor, por supuesto y siempre hablando en términos
estadísticos, esta baja probabilidad no implica imposibilidad, y tengo
prueba de ello, pero la búsqueda se vuelve tan fatigosa que se corre
el riesgo de cansarse o caer en el escepticismo más absoluto.
¿A qué viene todo esto? A que, sin dudas, en mí juega
un papel importantísimo en cuanto se refiere al dolor que me provoca
tu partida, es decir, sin dar tantas vueltas: ¿es posible que cuando
encuentro alguien que logra derrumbarme las barreras afectivas, ese alguien
se tenga que ir?
Sí, evidentemente es posible y está sucediendo, y a nada sirve
que me autoflagele girando en círculos en torno a este sentimiento
que de todos modos, como dije antes, sé impermanente. Pasará,
como siempre, y creo que la sabiduría es saber esperar a que pase con
la mayor tranquilidad posible, sin dramatismos inútiles y absurdos.
El problema es que, mientras tanto, las barreras afectivas se vuelven a instalar;
son, claramente, una tendencia natural en mí, que pareciera ir recrudeciendo
con los años. Una tendencia a la cual me he asomado una infinidad de
veces con los ojos de la razón, pero por algún motivo me quedo
siempre en la superficie, me viene a la mente la imagen de un lago congelado:
cuando se lo mira se piensa estar viendo el lago, pero en realidad se ve sólo
su superficie, el lago es eso más toda el agua que está debajo,
y para poder verla habría que tomarse el trabajo de romper el hielo,
y meterse en el agua, y sentir todo ese frío dentro del cuerpo, para
romper más hielo y poder ver más lago. Sin duda hace falta coraje.
A decir verdad, creo que en los últimos tiempos algún pedacito
de hielo rompí y llegué incluso a meterme en el agua, pero resistí
poco el frío y salí enseguida, tratando de ver por el agujerito
todo el lago. No es mucho, lo sé, pero ya es algo ¿no?.
De todos modos, yéndote me dejás el trabajo de reconstruir la
barrera, para cerrar la brecha que habías abierto, y seguramente pondré
toda mi dedicación (mi inconciente lo hará) en construirla más
segura y resistente que antes, así será más difícil
que otro la pueda romper.
IV. El olvido, las culpas, la libertad
Por favor, no permitas que tu hijo me olvide, siempre me dió mucho
miedo el olvido de los niños, quizás porque es más concreto
que el de los adultos, los adultos podemos olvidar emotivamente pero dificilmente
olvidamos racionalmente a una persona, en cambio los niños, tal vez
porque tienen una memoria más lábil o más corta, no conozco
los detalles técnicos de la cosa, en ausencia de un contacto periódico
pueden olvidar completamente un objeto o una persona.
Yo siento que si un niño me olvida es como si dejara de existir, y
no quiero dejar de existir para tu hijo. Aprendí a quererlo mucho ¿sabés?
y sin embargo no se lo dije nunca, no se lo demostré nunca, ¡qué
idiota!, no sé si a él le hubiera servido para algo, pero seguramente
a mí sí.
Admiré siempre el modo en el cual ustedes lo ayudan a crecer (creo
que ésta sea una expresión más válida que "educar")
con ese sentido casi prioritario de la independencia, en el cual imagino que
él sienta que está ligado a ustedes sólo por el afecto
y no porque sin ustedes no lograría sobrevivir, que es el modo en que
muchos padres hacen crecer a sus hijos, ya que así justifican su vida
y su rol de padres. El hijo debe depender de ellos, sino ¿para qué
se tomaron el trabajo de hacerlo venir al mundo y criarlo? ¿Para qué
renunciaron a tantas cosas al decidir tener un hijo, si en cambio no se hacen
indispensables para ese hijo?
Creo que tu hijo es perfectamente conciente del hecho de que el afecto de
ustedes es para él tan necesario como la taza de leche que le ofrecés
cada mañana, pero al mismo tiempo sabe que si una mañana vos
no podés darle la taza de leche, él puede tranquilamente preparársela
por su cuenta. Es decir que sabe de poseer todas las potencialidades, lo cual
no implica que pueda realizarlas todas contemporaneamente: hoy, con sus siete
años, no puede manejar un auto, pero eso no lo preocupa, sabe que cuando
llegue el momento nada le impedirá hacerlo, porque nunca nadie le dijo
que él no iba a poder. No creo equivocarme si digo que es un ser humano
naturalmente dueño de sí mismo.
¿Te das cuenta de qué hablabamos tu marido y yo cuando decíamos
que es más difícil liberarse de preconceptos que han sido introducidos
en uno en forma subliminal? Cuando, crudamente pero de frente, te encontrás
con las represiones, los miedos o las culpas que te quieren adosar (¿quién?
los padres, los educadores, la religión, la sociedad, el estado), no
digo que se sufra menos, crecer e adquirir una identidad propia hace siempre
sufrir, pero es más fácil reconocer dichos elementos y establecer
si los queremos o no en nuestras vidas adultas, a partir de allí podés
arquitectar un poco más libremente tu estrategia para luchar y defenderte.
Es más, te ves casi empujada a a desarrollar una personalidad fuerte,
si no querés sucumbir.
Cuando en cambio la agresión no es clara y evidente, sin darte cuenta
vas creciendo con la información de que no sos capaz de hacer casi
nada sin ayuda de alguien (alguien que por supuesto hace, con sincero afecto,
todo por vos), que la vida y el mundo son un enorme peligro y por lo tanto
necesitarás siempre de alguien que te proteja, que la sociedad en que
vivís tiene ciertas reglas morales (en realidad hablan de sexo, que
pareciera ser la única verdadera inmoralidad, no hablan nunca de guerra,
de opresión, de corrupción) que no deben ser jamás infringidas
porque el castigo será como mínimo el infierno, que tenés
que ser siempre y pese a todo buena, aún a costa de tu libertad, de
tus derechos, de vos misma. Después, a un cierto punto, ¿qué
sucede?: que, según las reglas de la sociedad en que vivís,
llegás a una edad a la cual se supone que ya sos grande y tenés
que arreglarte por tu cuenta, pero como no te dieron nunca los elementos necesarios
para ello, no tenés la menor idea de qué hacer, las más
insignificantes decisiones resultan trascendentales, el más ínfimo
escollo parece insuperable
en resumen, te sentís un fracaso
total.
Estarás de acuerdo conmigo en que se hace mucho más difícil
individualizar el objeto de la lucha, la elección a hacer, la estrategia
a seguir; siendo más difícil, el proceso se retarda. Te repito,
no es que se sufra más, se sufre más tarde, cuando no es más
tiempo de crecer sino de ser ya "grande", y eso complica toda la
vida de adulto, que es cuando se debería desarrollar el máximo
de actividad creativa, productiva, espiritual, y uno se encuentra paralizado,
ocupado en cortar cordones umbilicales.
Es por todo esto que digo que admiro el modo en que crece tu hijo, porque
creo que está creciendo "justo en tiempo".
Lo voy a extrañar, voy a extrañar sus reflexiones a veces tan
adultas que nos dejaban con la boca abierta, voy a extrañar su risa
fresca, sus ojos abiertísimos y su modo simpático de burlarse
de mí imitando mis gestos, mis palabras, que posiblemente era su modo
de estudiar los códigos y los comportamientos de la "gente grande".
V. La partida
Como todas las cosas llegan, llegó el día de la partida.
Los últimos días los pasaron en nuestra casa, y como les dije,
fue el mejor regalo de despedida que nos podían hacer, porque aún
en medio de la agitación, las corridas y los nervios de los últimos
momentos, tuvimos la posibilidad de probar una experiencia nueva en nuestra
amistad: la convivencia, y fue una buena experiencia, creo que a todos nos
enseñó algo.
Eran páteticos los esfuerzos que hacíamos para soslayar el tema
de la separación, así como el modo en que buscábamos
pretextos que nos mantuvieran ligados a través de la distancia, aún
sabiendo que estaban más cerca de la fantasía que de la realidad.
Sólo ahora me doy cuenta que no se me ocurrió siquiera ofrecer
una mano para bajar las valijas hasta la planta baja en modo de que estuvieran
listas cuando los vinieran a buscar para ir al aeropuerto, evidentemente negué
hasta el último momento la inminencia de la partida.
Fue duro, fueron sobre todo duras las horas previas, porque estábamos
concentrados en contener los sentimientos, en no aflojar; al menos en la despedida
pudimos soltarnos, dejarnos invadir por la emoción, llorar, abrazarnos,
decirnos cuánto nos íbamos a extrañar y todas esas cosas
que siempre se dicen en estos casos, cosas que en cualquier otro momento suenan
a cursilería y en cambio en ese momento tienen significados profundos,
porque nos salen sin prepararlas, porque emergen de nuestras entrañas
mezcladas con las lágrimas en una erupción que nos supera, que
no logramos ni nos interesa controlar; en ese instante somos sólo un
instrumento de algo que existe más allá de nosotros, de nuestro
intelecto: la emoción. Sé que podré olvidar muchos particulares
referidos a ustedes, a nuestra amistad, que se irán disolviendo en
el tiempo y en la rutina, pero no olvidaré jamás ese abrazo.
Amo particularmente ese tipo de situaciones, aún aquellas dolorosas,
porque marcan puntos de intensidad máxima en mi condición de
estar viva, seguramente debido a que son acontecimientos poco frecuentes en
mi cotidianeidad tan mesurada, tan controlada, en la cual difícilmente
me permito manifestarme totalmente.
Soy perfectamente conciente de que en ese abrazo y en esas lágrimas
abracé y lloré todas las amistades perdidas a lo largo de mi
vida, pérdidas que no viví completamente en su momento y salieron
a la superficie en nuestra despedida; dicen los psicólogos que un duelo
tarde o temprano se vive. Evidentemente yo decidí vivirlos todos juntos,
a juzgar por la cantidad de lágrimas que derramé.
Sé también que estaba llorando la soledad que me invadiría
al día siguiente, cuando me diera cuenta que no podría levantar
el teléfono y discar tu número y decirte: ¿me invitás
con un café?, habitual pretexto para iniciar una de esas larguísimas
charlas en las cuales perdíamos la noción del tiempo y que cada
tanto nos permitíamos, aún cuando, en mi caso, no podía
evitar sentir la culpa de haber dedicado todo ese tiempo a una actividad que
no fuera "productiva" según los parámetros de la sociedad
en que vivimos. De todos modos, preferí siempre cargar con mi sentimiento
de culpa y no renunciar a esas poco frecuentes posibilidades de comunicación.
Sé que de ahora en más se desarrollará en mí nuevamente
la tendencia al aislamiento, y tendré que, una vez más, empezar
de cero el laborioso trabajo de contactarme con el externo. Pero, después
de todo, ¿qué es la vida sino un continuo "volver a empezar"?
VI. El después
Hace casi un mes que se fueron, y ni siquiera una carta, una llamada telefónica,
ni de un lado ni del otro, ¿hicimos acaso un acuerdo tácito?
¿sin decirlo elegimos el silencio, sabiendo que de todos modos una
carta no agrega ni quita nada al sentimiento, que los abrazos están
incómodos dentro de un sobre vía aérea?
Tal vez simplemente estamos todos demasiado ocupados, ustedes en ambientarse
a la nueva realidad, en re-aprender lugares, afectos, rostros y gestos semiolvidados,
nosotros en habituarnos a la ausencia, en visitar el pedacito de soledad que
nos dejaron, en internalizar esta nueva dimensión de la nostalgia,
la nostalgia de quedarse cuando es otro el que se va.
Con el paso de los días el dolor se fue atenuando, y uno empieza a
reemplazar buscando actividades que ocupen los tiempos que pertenecían
a la amistad.
Paso entonces a hacerte una especie de informe de la situación, de
este lado de la distancia:
No dejamos de trasnochar con una cierta frecuencia, como una especie de rito,
o simplemente una forma de vida. Hablamos poco de ustedes, hacemos las cosas
de siempre, seguimos amando, no dejamos de comer, no nos volvimos abstemios,
nos reímos tanto como antes
tenemos dos amigos menos. (Sí,
ya sé, nos queda la sublimación, pero dejémosla de lado
por un rato, sino se apodera de todo, se engulle el sentimiento, y lo devuelve
como una imagen color rosa con un marquito estilo rococó casi nauseabunda,
que nada tiene que ver con lo que el sentimiento era).
Aquí la gente se prepara para las fiestas, como todos los años,
compran regalos, cantidades de comida que no lograrían comer ni siquiera
en un año y lindas tarjetas con paisajes navideños para mandar
a las personas que quieren (y a las que no quieren también, en Navidad
todos se vuelven buenos).
En los países en guerra se proclamará, probablemente, día
de tregua el 25 de Diciembre, y después de escuchar el mensaje navideño
de Paz y Amor que el papa transmitirá por televisión a toda
la humanidad, los soldados retomarán sus armas y comenzarán
a disparar otra vez.
Seguramente los políticos harán un brindis expresando buenos
propósitos para el próximo año, prometiendo trabajar
todos juntos por el bien del país y al día siguiente cada uno
de ellos seguirá estudiando el mejor modo de arruinar a los otros para
así poder heredar la totalidad del electorado, fantasía recóndita
de todo buen político.
Sí, ya sé, pensás que me equivoqué y te estoy
contando las cosas que suceden en el lado del mundo en el cual estás
vos, pero no, éstas son las de acá, sólo que son iguales
a las de allá, el mundo es un gran teatro del absurdo y somos todos
excelentes actores, respetamos al pie de la letra las reglas del juego, aceptamos
sin remordimientos las hipocresías de los demás y somos asimismo
hipócritas con los demás.
Hace unos días asistí a una escena terrible, mientras esperaba
a mi marido en la puerta de uno de esos grandes negocios donde se puede comprar
desde un cuaderno a un juego de muebles, tres tipos agarraron a trompadas
a un negro que en la entrada del negocio, con permiso de los dueños,
vendía sus chucherías que seguramente no le dan para vivir pero
es lo único que tiene. Vino un guardia, los separó, vinieron
los dueños del negocio, hicieron entrar al negro y llamaron a la policía.
Junto conmigo al menos otras dos personas vieron lo que pasó, cuando
llegó la policía los agresores estaban todavía allí,
evidentemente se sentían muy seguros de estar del lado de la justicia
habiendo atacado entre tres a un hombre solo. Los policías empezaron
a hacer preguntas y tomar declaraciones, y de pronto la única que había
presenciado el hecho era yo, las otras personas se habían desvanecido
como por arte de magia, las mismas personas que pocos minutos antes se mostraban
indignadísimas con lo que había ocurrido. Me sentí muy
mal. Me sentí muy sola. Y aunque te parezca mentira, en medio de toda
esa confusión pensé en vos, pensé que vos también
te hubieras quedado.
Es también por cosas como ésta que te extraño.
Por lo demás, aquí no hay grandes novedades, se sigue viviendo
VII. La lucha
Hace pocos minutos nevaba, del lado de afuera de la ventana el cielo se está
por caer, y tiene tan poco que ver el tango de Piazzolla que estoy escuchando
con ese paisaje externo de colinas blancas de nieve y techos a dos aguas,
pero tiene tanto que ver con mi paisaje interno
Y no puedo no pensar
en ustedes y en tanta otra gente que está de aquel lado de la distancia,
peleando una realidad distinta, pero con el mismo cansancio, con la misma
impotencia
no es el lugar el problema, es el destiempo, el destiempo
de haber elegido para crecer el carril equivocado. En cada tiempo hay más
de una realidad en la cual ubicarse para participar en la carrera, a veces
predomina una, otras veces otra; hay quién puede elegir, otros no tienen
alternativa. Nosotros elegimos, en nuestro tiempo de crecer, el carril que
parecía llevar al futuro, y estudiamos, y nos sensibilizamos, y rompimos
tabúes, renunciamos a muchas seguridades, transgredimos convencionalismos,
nos fabricamos ideales, y creímos en ellos defendiéndolos en
muchos casos con la vida, sufrimos cada pérdida, aplaudimos cada conquista,
e imprevistamente el tiempo nos jugó una mala pasada poniendo aquel
futuro, el presente de hoy, en el carril de al lado, y nuestra elección
quedó fuera de la realidad, nosotros mismos somos extraños personajes
que hablan un lenguaje arcaico, con vocablos que parecieran haber sido eliminados
del diccionario, para ser reemplazados por otros más actuales, más
en consonancia con la vida contemporánea: mercado, consumo,
y tantos otros.
Sí, nosotros, que nos habíamos preparado para movernos en un
mundo donde el hombre sería más libre, un mundo donde uno de
los principales valores sería el arte, el cual a su vez debía
ser el instrumento para la liberación del hombre, ya que no hablábamos
de una liberación obtenida con guerras, revoluciones y muerte, sino
de la liberación más absoluta que se pueda imaginar, esa que
nace en el interno de una persona, esa por la cual un ser humano se puede
expresar con cada medio a su disposición, sin ningún tipo de
represión, ni interna ni externa, y estábamos convencidos que
el arma más eficaz para ello era el arte, en todas sus formas, el arte
no ya como atributo de una "elite" de pocos escogidos que habían
recibido, como "don divino" el "talento", sino el arte
como manifestación humana elemental, nos encontramos en cambio inmersos
en un mundo que reserva aún un espacio para movimientos como el neo-nazismo,
y vemos jóvenes con la cabeza rapada que se adjudican el derecho de
"hacer justicia" golpeando y asesinando a otros jóvenes simplemente
porque pertenecen a una raza distinta, un mundo que no sólo no logra
erradicar la guerra, sino que pareciera estar sufriendo un recrudecimiento
de esta práctica abominable y deshumana. Un mundo en el cual la estupidez
alcanza niveles inimaginables a través de elementos que podrían
haber tenido un uso mucho más constructivo: los medios de comunicación;
se habla de sensibilidad y sentimientos y se hacen programas televisivos en
los cuales la señora que discutió con el marido dice delante
de la cámara: " Volvé, te perdono" o cosas por el
estilo, utilizando la imbecilidad humana para fabricar más imbecilidad
humana, es una industria maquiavélica pero extraordinariamente rediticia,
donde con costos prácticamente inexistentes se obtienen enormes ganancias
y un resultado tremendamente conveniente: la anestesia general de la sociedad.
A todo esto yo lo llamo subversión, porque es justamente una inversión
de los valores que son esenciales al ser humano; la política, por ejemplo,
una de las actividades primarias del hombre porque se relaciona con su necesidad
de organizarse, de darse normas para lograr un funcionamiento lo más
perfecto posible de sus sociedades en beneficio de todos y cada uno de sus
componentes. En nuestro presente, en cambio, este objetivo se perdió,
y quienes se dedican a la política se ocupan de perfeccionar no la
sociedad, sino la política misma, es una política finalizada
a sí misma, olvidando por completo las reales necesidades de la sociedad
para discutir sobre metodologías y sistemas más adaptos
para hacer política; es alucinante, y es aún más alucinante
si pensamos que aquellos que deberían ser los destinatarios del trabajo
de los políticos, o sea cada uno de nosotros, en lugar de reaccionar
contra este incumplimiento de su deber al menos no dejándonos involucrar
en sus "divorcios", "enamoramientos", alianzas y des-alianzas,
participamos, discutimos entre nosotros, defendemos hoy a éste y mañana
a aquél, y seguimos permitiendo que nos anestesien para no sentir el
dolor de todas las carencias humanas, esencialmente humanas, que nos sumergen.
No me parece una mala idea la de ese actor que al final de su espectáculo
se preguntó por qué alguna vez no dan la oportunidad de gobernar
a los artistas. Creo que al menos, como experiencia, sería mucho más
divertida.
¿Cómo no sentirnos traicionados por este presente? ¿Cómo
no sentir la necesidad, en un mundo al cual pareceríamos no pertenecer,
de encontrar, al menos una vez cada tanto, un interlocutor con el cual poder
comunicar sin necesidad de establecer previamente todo un código de
lenguaje?
Y es allí donde nace el aislamiento, la parálisis, el casi autismo
en el cual cada tanto caemos y desde donde sólo una cosa logra rescatarnos
aún: el afecto.
VIII. La vida
Parece siempre tan difícil tener que acostumbrarse a una ausencia,
parece tan grande siempre la nostalgia, y sin embargo nuestra capacidad de
adaptación parece ser ilimitada, es tanta la necesidad de sobrevivir
que nos inventamos cada día la esperanza, fabricamos cada mañana
una ilusión y así logramos sobrellevar las ausencias, las nostalgias,
la vida.
Somos un enorme cúmulo de cicatrices, y seguimos dando brotes; estamos
vivos.
No sé si nos volveremos a encontrar en alguna otra esquina y quizás
no sea importante, importa que alguna vez nos encontramos y, como sucede en
todas las relaciones profundas, cada uno de nosotros dio algo a los demás.
|
|