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Solo adesso, che ho deciso di scrivere sulla nostalgia per via della
lontananza dalla patria, da tante persone amate e dai luoghi che hanno
fatto parte di me, mi accorgo di essere stata una nostalgica da sempre.
Ho vissuto la nostalgia dell'infanzia, dei nonni che non ho conosciuto,
dei fratelli che non ho mai avuto, delle cose che non ho mai fatto, dei
luoghi che non ho mai visto, dei libri che non ho mai letto, dei figli
che non ho mai partorito...
Io, quella dal sorriso facile, quella sempre allegra insieme agli altri,
quella che sa prendere in giro se stessa facendo divertire gli altri,
ho scoperto di essere una nostalgica senza rimedio.
E' per questo che in queste pagine ci sono tutte quelle nostalgie e non
solo quella della Patria. Anche se quest'ultima è, forse, la più
grande perchè coinvolge e contiene tutte le altre.
UNA STORIA
Sono argentina e anche Maxs, mio marito.Io sono biochimica, lui artista
plastico.
Siamo discendenti di italiani e un giorno abbiamo deciso di emigrare verso
l'Italia dei nostri antenati.
Questa è una specie di cronaca delle nostre esperienze e dell'Italia
che abbiamo trovato: intende cioè, essere il racconto de "la
nostra Italia". È anche un omaggio alla nostra Argentina.
È una storia al presente.
È anche e soprattutto una catarsi.
Eravamo immigrati. Immigrati dell'anno 2000.
Un'esperienza diversa da quella dei nostri nonni, un'immigrazione con
caratteristiche nuove, con un ritmo proprio, con la stessa angoscia sotto
una forma diversa.
Eravamo immigrati. Stavamo in mezzo alla hall di Fiumicino con le nostre
sei valigie, i nostri occhi aperti così, a 15.000 chilometri da
casa, con una agenda piena di indirizzi e numeri telefonici di gente sconosciuta,
amici di amici, parenti di conoscenti,....possibili contatti..... potenziali
mani tese. Ma soli, tangibilmente soli e quel che è peggio senza
possibilità di comunicare, gli italiani d'Italia non parlavano
come gli italiani d'Argentina, non capivamo niente e neanche loro capivano
noi.
Nonostante tutto, l'euforia superava l'angoscia in quei momenti. La novità,
la scoperta, voler vedere tutto, ubriacarci gli occhi di tanto paesaggio,
tanta storia. Venivamo da un continente giovane,il Sud-America, il nostro
Sud-America senza medioevo, senza castelli, né torri, né
paesini antichi. Tutto questo ci affascinò, ci incantò e
mitigò in quei primi momenti il dolore della distanza, degli affetti
che rimanevano dietro. Credo che neanche ci rendessimo conto di cosa avevamo
lasciato alle nostre spalle. Non misuravamo in tutta la sua ampiezza lo
sradicamento che avremmo vissuto.
Ricordo due sensazioni che si registrarono da qualche parte nella mia
mente durante quei primi giorni a Pescara; due sensazioni forse contraddittorie,
ma ugualmente forti; una l'odore dei bar italiani, che dopo indentificai
come una mistura di aroma di caffè espresso e di paste appena fatte
e che da allora chiamo "odore d'Italia"; l'altra la soffocante
necessità di sentire parlare spagnolo. Le ho definite contraddittorie
e ora aggiungo primarie, giacchè la prima, "l'odore d'Italia",
era un fatto piacevole, gradevole e rappresentava in qualche modo il mio
primo punto di contatto positivo con il nuovo habitat, che sembrava ricevermi
con un certo calduccio accogliente, mentre la seconda era la prima materializzazione
di tutte le barriere che, in quel momento ancora non lo sapevo, avrei
dovuto attraversare.
Il nostro primo mattino in Italia.
- E va bene, eccoci qua... e adesso? - esattamente la domanda che ci si
poteva aspettare da me, ho sempre depositato su di Maxs il ruolo di chi
prende iniziative, io poi mi metto al suo fianco, ascolto attentamente
il piano d'azione e comincio a camminare nello stesso senso. Perchè
mi fido della sua capacità di prendere certe decisioni o per comodità?
Probabilmente per ambedue le ragioni.
- Adesso cominciamo a muoverci - Anche questa una tipica risposta di Maxs.
Fare per ottenere risultati, per mitigare l'angoscia dell'incertezza.
Così, dopo parecchie telefonate, ci mettemmo in contatto con un
mio cugino che studiava a pochi chilometri da Pescara; venne a prenderci,
e andammo ad abitare provvisoriamente in una casa in affitto in un piccolo
paese della costa adriatica, Grottammare.
Credo che sia lì il luogo dove inizia veramente la storia.
Seconda barriera, il lavoro; come ho già detto, la prima fu la
lingua. Ad ogni modo, la numerazione corrisponde soltanto all'ordine in
cui sono apparse dette barriere che non avevano neanche la delicatezza
di apparire ognuna quando era già stata superata la precedente
ma si sovrapponevano e coesistevano in una tale confusione che non riuscivamo
a classificarle secondo l'ordine d'importanza.
Il lavoro... prima differenza con l'immigrazione del nostro paese. A quei
tempi, chi emigrava in Argentina difficilmente aveva un titolo di studio
o un mestiere specifico e quindi non era molto diverso il tipo di lavoro
che poteva svolgere nel suo paese d'origine o in Argentina.
Noi invece, venivamo con le nostre lauree e i nostri diplomi in mano,
con tanto di timbri, firme, legalizzazioni, traduzioni, ecc. e depositavamo
su di essi le nostre aspettative occupazionali; erano una sorta di chiavi
magiche che ci avrebbero aperto le porte del successo nella vecchia Europa,
che venivamo a rivitalizzare con il fuoco sacro del nostro sapere.
Non servivano a nulla. A nessuno interessavano i nostri diplomi da "terzo
mondo" e ben presto imparammo che le possibili strade da seguire
erano due: fare quei lavori che tanti italiani non volevano fare e che
noi stessi non avremmo fatto nel nostro paese, anche se, bisogna riconoscerlo
qua venivano retribuiti in modo che permetteva di vivere decentemente
mentre in Argentina no; oppure ottenere i contatti adeguati affinchè
qualcuno ci permettesse di dimostrare che sapevamo fare quel che i nostri
diplomi dicevano che sapevamo fare.
Non durò troppo a lungo il nostro vivere nell'appartamento di Grottammare;
dovevamo lasciarlo dopo un mese perchè era già stato affittato
per l'estate.
Era soltanto la nostra prima base di operazioni, una pausa per poter pensare,
più o meno tranquillamente, a cosa fare e come.
Maxs quasi non si concedeva riposo, vedeva gente, faceva telefonate, correva,
cercava. Ottenne proposte per presentare una mostra di pittura, ma non
aveva i quadri, bisognava farli, il che significava un investimento di
denaro e tempo che non eravamo in grado di affrontare. Intanto io vivevo
un misto di sensazioni, dal permanente stato d'incantamento, al terrore
irrazionale di trovarmi da sola di fronte a un italiano e dover comunicare
con lui. Era il problema della lingua che mi soffocava e immobilizzava.
Non mi staccavo neanche per un minuto da Maxs.
Per quanto riguarda il lavoro cercavamo, ognuno orientandosi verso quello
che sapeva fare. E qui scoprii, o forse presi coscienza, che ero in condizioni
d'inferiorità. Maxs prendeva contatti come pittore, si presentava
come grafico, si offriva come tecnico in elettricità, faceva domande
in agenzie pubblicitarie. Io mostravo in tre o quattro laboratori di analisi
privati (a livello pubblico neanche pensarci), la mia laurea in biochimica.
Era l'unica cosa che sapevo fare, avevo dedicato quasi la terza parte
della mia vita a imparare a fare analisi chimico-cliniche e microbioligiche.
Scoprii che l'Italia non stava aspettando con ansia il mio arrivo perchè
io mettessi al suo servizio il mio vasto bagaglio di conoscenza della
materia.
L'abitazione, terzo ostacolo. Non avrei mai creduto che potesse essere
così importante per me l'avere un posto mio, e non mi riferisco
a una proprietà economica. Non avevamo intenzione di comprare una
casa, aspiravamo soltanto a poterne affittare una in modo permanente.
Avevo vissuto quasi tutta la mia vita nella stessa casa e quindi mi risultava
naturale riconoscere ogni angolo, ogni mattonella. Avevo bisogno di questo.
In Italia non era facile; non lo era per gli italiani, figuriamoci per
noi, nessuno ci conosceva, stranieri che "chissà se poi se
ne andranno quando ci serve la casa". La legge italiana rende difficile
lo sfratto se gli inquilini non hanno una casa dove andare.
Cinque case in due anni sono troppe per chiunque, anche nel proprio paese.
Anche questo problema si risolse.
Maxs cominciò a lavorare per una agenzia pubblicitaria. Io subii
un intervento chirurgico, una formazione ovarica che bisognava asportare.
Erano due mesi che resiedevamo in Italia, non riuscivo ancora ad impadronirmi
della lingua e ciò rendeva ancora più difficoltosa la mia
già difficile comunicazione con i medici, che, lo scoprii in quel
momento, avevano con i pazienti un rapporto diverso da quello dei medici
argentini; mi riferisco all'eccessivo formalismo, alla poca confidenza
e soprattutto avevo l'impressione che non davano molte spiegazioni, come
se pensassero che tanto io non avrei capito (perchè ero straniera
o perchè ero una paziente?).
Questo atteggiamento ebbe una certa inversione di tendenza, quando riuscii
(o meglio Maxs riuscì) a far loro capire che ero biochimica.
Quei 20 giorni in clinica non furono facili; Maxs aveva appena cominciato
a lavorare e non poteva stare tutto il tempo con me.
C'erano alcuni amici recenti che venivano a trovarmi, ma credo che aspettassi
altri volti, volti cari che erano tanto lontani.
Finalmente mi informarono che tutto andava bene, che non correvo alcun
pericolo e potevo tornare a casa. Un'altro scoglio superato.
Mentre Maxs si faceva strada nel suo lavoro, io mettevo alla prova le
mie forze psichiche facendo lavori occasionali, una lavanderia, una impresa
di pulizie, la vendemmia, una signora anziana da curare. Niente da fare,
non mi rassegnavo a rinunciare alla mia professione, nè al mio
titolo di dottoressa.
Feci delle indagini per sapere cosa dovevo fare affinchè la mia
laurea venisse riconosciuta in Italia. Un grande amico, Angelo, si occupò
personalmente di questo, informandosi nelle università e finalmente
arrivò la risposta: dovevo dare un esame iniziale in modo che potessero
valutare il mio livello di conoscenza, dopo di che avrei dovuto fare almeno
tre anni di studi universitari.
La mia decisione fu immediata; avevo già superato le molte difficoltà
che la mia carriera presentava in Argentina e il mio tempo di studio e
preparazione per esercitare la mia professione era già passato.
Volevo lavorare e mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato,
perciò decisi che se la mia laurea, tale e quale come era, fosse
stata accettata, bene, altrimenti, avrei lavorato in un'altro campo. La
lingua smise di essere un problema, scoprii con sorpresa che mi appassionava
lo studio del linguaggio e che, inoltre, mi risultava facile; quasi naturalmente
incorporavo elementi, intonazioni ed espressioni, che arricchivano e fluidificavano
il mio italiano.
Credo che mi spaventasse così tanto la possibilità di essere
ridicola parlando male, che inconsciamente facevo sforzi incredibili per
apprendere ogni dettaglio e ricordarlo.
Anche la casa smise di essere un problema; finalmente avevamo una casa
per un periodo di tempo ragionevole, nella quale potevamo cominciare a
mettere un tocco di noi stessi, in modo da poterla sentire casa nostra.
Per quanto riguarda il lavoro, almeno Maxs si creava uno spazio e un nome
nell'ambiente pubblicitario della zona. Certo, non gli restava molto tempo
per dipingere, ma eravamo convinti che sarebbe arrivato il momento.
Quindi il tempo passava, noi ci affiatavamo sempre di più nel nuovo
ambiente e molte delle barriere restavano indietro. Almeno quelle più
tangibili, quelle più "fisiche" per dirlo in qualche
modo. Certo, ne apparivano altre.
Guardare lontano
e non vedere orizzonte,
non vedere quella riga
retta e familiare
della nostra pianura.
Guardare lontano
e vedere una riga spezzata
attraente
ma estranea.
Cercare il fiume,
e trovare il mare.
Cercare i gesti
del codice proprio,
conosciuto e comune
e non trovarli.
Dover imparare
messaggi nuovi
che non ci esprimono,
però ci eguagliano,
il vecchio trucco
di tutte le specie,
il mimetismo
per sopravvivere.
Devo chiarire che questo paesaggio, pieno di ritmo, colori e movimento,
mi affascinò e continua ad affascinarmi, anche se non riesco a
sentirlo proprio. Continuo a sentire più naturali le infinite pianure,
i lunghi chilometri desolati delle nostre pampas.
Sono due linguaggi diversi e amo tutti e due, in diversi modi.
Linguaggi... codici... ecco uno dei nuovi ostacoli che trovammo; non di
quelli più immediati, ma quelli che apparivano con il tempo, con
il conoscere gente, con lo stabilire contatti umani.
Eravamo in grado di parlare italiano e di stabilire comunicazioni formali,
ma ci mancavano quegli altri codici, quelli interiorizzati lungo un'infanzia,
lungo un'adolescenza, lungo una vita e che noi avremmo dovuto imparare
in così poco tempo.
Però, è possibile impararli? È possibile veramente
incorporare elementi al nostro linguaggio parlato, gestuale e corporeo,
che hanno a che fare con vissuti, sentimenti, esperienze? Credo sia questa
la GRANDE BARRIERA; è come se fossimo appena guariti da un'amnesia
e quindi potessimo relazionarci con quelli che ci circondano soltanto
su un piano presente, senza passato, il che crea sempre la sensazione
di restare fuori, perchè ogni presente è sempre un risultato
del passato. E loro e noi abbiamo passati diversi.
Ed è qui dove compare la contraddizione. Sì, perchè
da una parte mi piace sentirmi parte di loro, mi piacerebbe riconoscerne
le tradizioni, i ricordi, il passato; dall'altra, quando mi trovo in un
gruppo di argentini e usiamo i nostri codici, ricordiamo il nostro passato
(non quello dei libri di storia, ma quello che si registra nella memoria
collettiva) e ridiamo delle cose che ci fanno ridere... mi sento a casa.
Contraddizione è la parola più adatta per definire i nostri
sentimenti; credo che tutti noi, argentini - italiani, italiani - argentini,
o comunque ci chiamiamo, quel che vorremmo è poterci portare l'Argentina
in Italia, cioè la nostra gente, le nostre abitudini, i nostri
sabato sera e i nostri "asado"(Piatto tipico argentino basato
in un speciale modo di cottura della carne alla bracce.) della domenica,
in questa terra che ci piace, in questo sistema socio - politico - economico
che ci permette di vivere e crescere come persone senza i sobbalzi e le
angosce che erano parte della nostra vita in Argentina.
La maggioranza di noi, che ha fra i 20 e i 50 anni, non ha conosciuto
la sensazione che produce il fatto che per mesi e mesi i prezzi nei negozi
non cambino; per noi l'inflazione era parte dell'economia di un paese.
Non immaginavamo neanche come fosse la politica in mano solamente ai civili,
senza che i militari costituissero una alternativa di potere ogni volta
che un governo era in crisi.
Sì,a noi piacerebbe portare l'Argentina in questo paese dove il
dollaro costa sempre uguale, lira più lira meno.
Inoltre, siamo in Europa, dove accaddero tutte le cose importanti del
mondo, secondo quanto dicono i libri di storia argentina.
Ci riusciva difficile fare amicizie. All'inizio e per un lungo periodo,
cercavamo (inconsciamente credo) persone in cui depositare quel sentimento
così essenziale per noi, l'affetto verso l'amico. Questa ricerca
ci portò a sbagliare molte volte, a conferire quel ruolo di cui
avevamo tanto bisogno a persone che non ne avevano le caratteristiche.
Ci inventavamo amici che in breve tempo ci deludevano ma la colpa non
era loro, era nostra; eravamo noi che li pretendevamo a nostra immagine
e somiglianza, loro semplicemente erano come sempre erano stati.
Con il tempo imparammo, tranquillizzandoci.
In modo naturale, si venne producendo una decantazione che rinforzò
i legami con le persone con cui avevamo veramente qualcosa in comune,
lasciando indietro gli altri.
Maxs ed io non ci siamo mai ghettizzati rinchiudendoci nel circolo di
argentini che conoscevamo, perchè abbiamo avuto sempre chiaro che
essere argentini non è condizione necessaria e sufficiente per
essere un amico. È per questo motivo che coloro che restavano affettivamente
intorno a noi nel processo di decantazione, erano indistintamente argentini,
italiani, marocchini, o di qualunque altra nazionalità.
A questo punto può sorgere la domanda: e la famiglia? Solo gli
amici contano?
Non so come sia per gli altri ma nel mio caso personale posso dire che
mi è stato più facile portare con me la mia famiglia che
i miei amici. Intendo dire che ho sempre sentito i miei genitori intorno
a me, anche se non erano qui; con gli amici è diverso, come se
avessi bisogno della loro presenza fisica per sapere che ci sono.
Un giorno in televisione, dissero che in Argentina c'era una rivolta
militare e vedemmo immagini di scontri armati, gente nelle strade.
E fece male. Fece molto male. Più che quell'altra volta, quando
eravamo "là" e la vivemmo da dentro. Erano immagini tanto
uguali ad altre che si vedevano ogni giorno nei telegiornali e nello stesso
tempo tanto diverse perchè venivano da "là", venivano
da "casa".
Questo si è ripetuto, una, due volte... e ogni volta lo stesso
dolore, ogni volta la paura... ancora? Torneranno?
...Un modo un pò brutale di ricordare perchè emigrammo.
La prima volta che qualcuno ci disse, in tono di pretesa di scherzo,
"mah! che ne sapete voi, che venite dal terzo mondo!", ci sentimmo
molto male. Pensai che fosse una sfida, qualcosa che ci spingeva a lottare,
a non arrenderci malgrado le condizioni che inizialmente ci potevano essere
avverse.
Con il tempo capivamo che ci sono diversi tipi di sottosviluppo e che
questo è relativo, cioè, si può dire che "questo"
è più sottosviluppato di "quello", o "quello"
più sottosviluppato di "quest'altro".
Scoprivamo che il sottosviluppo più notorio dell'Argentina è
di tipo economico in confronto a questo "primo mondo che ci tocca
vivere", però non è così nel piano culturale,
dove abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è
più aperta, più capace di evoluzione rispetto a quella che
riscontro nella società italiana; come se il peso della storia
che porta sulle sue spalle la costringa a camminare piano, perchè
non cada qualche tradizione di troppo strada facendo.
Devo chiarire che abbiamo anche capito che questo fenomeno di "rallentamento"
nell'evoluzione socio - culturale è specialmente marcato nella
zona d'Italia in cui ci siamo stabiliti e cioè quella centrale,
che, come tale, gode di tutti i progressi tecnologici, dei confort del
nord del paese, mentre conserva la mentalità tradizionalista e
quasi medievale del centro - sud.
Fu precisamente questa caratteristica che sin dall'inizio creò
in noi la sensazione di trovarci in una strana dimensione nella quale
il passato e il futuro coesistevano confondendosi... e confondendoci.
Sì, perchè conferivamo a persone che avevano accesso a certi
livelli tecnologici e persino scientifici, livelli corrispondenti di preparazione,
informazione e cultura che non sempre possedevano.
Abbiamo dovuto imparare tanto in così poco tempo... però,
dopotutto è una attitudine molto sviluppata negli argentini. La
necessità che si presentava nel nostro paese di incorporare nuovi
parametri, di adattarci a nuove situazioni e di farlo velocemente affinchè
la "selezione naturale" della sopravvivenza del più atto
non ci lasciasse fuori, ci ha permesso di superare anche questa prova
e in moltissimi casi con pieni voti.
No, non voglio dare l'impressione che questa nostra esperienza di immigrati
in Italia si sia sviluppata in tappe perfettamente definite, la prima
delle quali fu una lunghissima successione di sofferenze, nostalgie, chiusure
e solitudine che una volta superate lasciarono il posto a uno stato di
serena integrazione nella nuova realtà, dove ormai ci si erano
aperte tutte le porte, ...e "colorin colorado" (Modo in cui
terminano solitamente i racconti infantili in lingua spagnola).
Se così fosse stato avrei scritto una telenovela e non questa specie
di cronaca disordinata e forse confusa, che tuttavia considero molto più
fedele alla realtà, e quindi ho deciso di lasciarla così,
senza cercare di ordinarla in prolissi e successivi capitoli.
No, non è andata così, almeno non per Maxs e me. È
stata, e continua ad essere, un groviglio di quelle due immaginarie tappe.
Mentre, meravigliati, scoprivamo paesaggi e paesini stupendi, lottavamo
gomito a gomito contro le ostilità, comprensibili ma non giustificabili,
di una società non abituata ad accogliere altre culture, una società
che, anzi, era stata storicamente emigrante nel mondo e perciò
non era equipaggiata neanche a livello legislativo per incorporare persone
che venivano da altre realtà. Non sapendo cosa fare con noi, gentilmente
ci ignorava.
Mentre acquisivamo nuove abitudini gradevolissime come quella di godere
dei fine settimana passeggiando, andando a trovare gli amici o più
semplicemente facendo i nostri lavori a casa, senza preoccupazioni per
quale sarà il prezzo del dollaro lunedì, o se ci saranno
possibilità di una nuova rivolta militare, discutevamo appassionatamente
con coloro che, quando venivano a sapere che eravamo argentini, commentavano
placidamente: "ah! Rio de Janeiro!".
Voglio dire che vivevamo nello stesso tempo e con la stessa intensità
gli aspetti positivi e negativi di questa esperienza.
Dovemmo anche toglierci di dosso certi "tic" profondamente radicati
nella nostra condotta.
Come quello di subire un improvviso attacco di tachicardia ogni volta
che vedevamo un poliziotto o un carabiniere. (Qui, se non si è
un delinquente non c'è motivo di aver paura della polizia).
Oppure quello di attraversare le strade di corsa, in un perfetto calcolo
del rapporto tra la distanza e la velocità con cui una macchina
si avvicina e il tempo necessario per arrivare all'altro marciapiede senza
essere schiacciati dal bolide. In ripetute occasioni mi sono trovata in
un angolo, sul bordo del marciapiede ad aspettare che passasse una macchina,
la quale per qualche ignoto motivo si era fermata a un paio di metri da
me, finchè dopo aver scambiato sorridenti sguardi col conducente,
mentre mi chiedevo: "e questo che cavolo aspetta a passare?"
mi rendevo conto che appunto, il signore stava aspettando che io mi decidessi
ad attraversare, per poter così continuare la sua strada.
Allora, col viso più rosso della bandiera russa e con un'incomprensibile
successione di inchini con la testa verso il paziente automobilista, mi
slanciavo precipitosamente verso l'altro marciapiede.
Sì, è vero, ci siamo visti costretti a incorporare nuovi
codici di convivenza; abbiamo dovuto imparare a muoverci in una società
che, per quello che riguarda la condotta sociale, era più "civile",
per dirlo in qualche modo. È come se i nostri comportamenti sociali,
mi riferisco a quelli collettivi, fossero ancora ad uno stadio più
"selvaggio". E questo ha anche la sua spiegazione, o meglio,
le sue spiegazioni. Da una parte, la indiscutibile "giovinezza"
della nostra società in confronto alla "vecchia Europa";
dall'altra, la nostra storia di dittature militari e tirannie civili che
non ci hanno permesso l'apprendimento di una vita comunitaria ma ci hanno
costretto sempre a vivere su un piano individuale, tirando ognuno dalla
propria parte, in un intento disperato di superare ostacoli e venire a
galla nel miglior modo possibile ma sempre da soli, sapendo di non poter
contare su una struttura sociale, politica ed economica che ci spalleggiasse.
In Argentina il successo è sempre individuale.
È per tutto questo che sono convinta che soltanto un lunghissimo
periodo di democrazia possa significare una speranza per l'Argentina.
Perchè è questo il clima in cui ogni individuo sa che da
una parte deve responsabilizzarsi di ognuna delle sue azioni e decisioni
giacchè non esiste quello stato-tutore che tutto controlla, ma
dall'altra parte può "crescere" socialmente con la tranquillità
di sapere che intorno esiste un sistema stabile, in grado di assorbire
persino i suoi errori, pur permanendo nel tempo.
Era questo, appunto, quello che ci mancava quando decidemmo di emigrare,
la possibilità di fare piani, di programmare... ci avevano rubato
il futuro.
Venimmo
tutti noi
con la segreta speranza
(a volte così segreta
che nemmeno noi stessi
la conoscevamo)
di trovare, qui,
tra mare e montagne,
quel passato nostro
anteriore a noi,
le storie dei vecchi
assorbite in un processo
quasi osmotico.
Venimmo
tutti noi,
sperando, senza saperlo,
di trovare, qui,
tra passato e futuro,
la nostra identità.
Insomma
la trovammo,
scoprimmo, qui,
tra dialetti e consumismo
che siamo argentini.
Questa poesia, anche se ha un qualcosa di amaro dovuto a certe frustrazioni,
è il riflesso di una delle cose più importanti che mi ha
dato questa esperienza: la possibilità di prendere coscienza in
un modo direi quasi doloroso, per quanto intenso, di un fatto che mentre
ero in Argentina non ho mai analizzato ... era così naturale essere
argentina, che neanche me ne rendevo conto.
Sì, perchè soltanto mettendomi di fronte a questa realtà
diversa, che si manifesta in ogni atto della vita, dalle abitudini alimentari
al modo di stabilire rapporti con altri esseri umani, sono riuscita a
prendere coscienza del fatto che anche noi abbiamo una identità,
con caratteristiche proprie, e con cultura propria.
Ed è qui, menzionando la cultura, che tocco, credo, il punto nevralgico
della nostra immigrazione, ciò che ci crea le contraddizioni più
profonde nel processo di inserimento nella nuova società. Sì,
perchè è nel "faccia a faccia" con questa struttura
sociale ed economica di "primo mondo", con tutti i suoi progressi
tecnologici, scientifici ed economici, che ho scoperto che siamo dotati
di caratteristiche che qui in Italia si sono perse.
Noi conserviamo intatto il nostro senso di autoconservazione, perchè
la nostra realtà politica, sociale ed economico lo esige. Non si
tratta soltanto di scappare ai pericoli fisici ma anche di una capacità
molto sviluppata di rovesciare circostanze avverse e trarne qualche profitto.
Questo significa non perdersi in un bicchiere d'acqua; questo significa
anche non aver bisogno di una enorme quantità di inutili attrezzi
"indispensabili per la vita moderna" senza i quali le società
ultra sviluppate sarebbero perse.
Inoltre, è molto sviluppato in noi un altro istinto, quello della
libertà, di non farci sottomettere, di non accettare signori nè
padroni, e questo ci procura seri conflitti in una realtà che ha
le sue radici in un passato feudale che ha lasciato profondissime tracce
nella idiosincrasia popolare .
E sorge quindi la logica domanda: com'è possibile che con caratteristiche
simili il popolo argentino abbia trascorso gran parte della sua storia
sottomesso per dittature militari? La risposta è troppo complessa,
ma credo che una delle chiavi è, come ho già scritto, che
dette caratteristiche si sono mantenute sempre su un piano individuale:
interessi esterni a questo popolo hanno impedito che entrasse a far parte
della coscienza collettiva, soffocando con tutti i mezzi, leciti e non,
ogni intento di maturazione del popolo argentino; è ancora un popolo
adolescente.
Un giorno, a quasi tre anni dal nostro arrivo in Italia, passammo in
macchina davanti ad un muro vicino alla ferrovia, e lessi un graffiti.
Lo lessi meccanicamente; ho la mania di leggere tutto quello che mi passa
davanti agli occhi. Solo qualche secondo dopo me ne sono accorta, diceva
SOL TE QUIERO. Sì, così, in spagnolo. Non posso spiegare
la sensazione che mi invase, in quel momento seppi cos'era nostalgia.
Fu come aver volato in una frazione di secondo nella mia città,
a Rosario, con i suoi muri pieni di frasi, disegni, dichiarazioni d'amore.
E nello stesso tempo fu prendere coscienza, tramite un fatto emotivo perchè
già razionalmente lo avevamo analizzato tante volte, dell'importanza
che stava prendendo in questa Italia tradizionalista e tanto "italiana",
il fenomeno immigrazione e particolarmente quella argentina. Stavamo diventando
una presenza, o meglio, una onnipresenza; in tutta Italia si trovano argentini.
Molti italiani che fino a quel momento non avevano quasi sentito parlare
dell'Argentina cominciavano a sapere che oltre ai generali e i quartieri
periferici pieni di baracche come quello di Maradona, in quel paese c'erano
artisti, scienziati, autostrade e grattacieli.
(Attenzione, ho scritto "molti italiani" e non "tutti",
perchè abbiamo trovato anche gente molto informata che era perfettamente
al corrente della nostra realtà.)
Quel graffiti fu per me, in qualche modo la prova della nostra decisione
forse incosciente di conservare la nostra cultura, quella cultura argentina
che molti negano e che io sono convinta che esista veramente, anche se
è la somma di tante altre culture che si sono fuse, modellandosi
e accomodandosi le une nelle altre.
Non c'era scritto SOL TI VOGLIO BENE, c'era scritto SOL TE QUIERO.
Le storie sono tante... ognuna diversa dall'altra e tutte uguali.
Ognuno con la situazione che gli è toccato vivere e l'ambiente
nel quale è "atterrato" ma sempre, in tutti, la nostalgia,
questa nostalgia speciale, non quella dei nostri nonni italiani che cantavano
le loro canzonette nella pampa argentina, ma questa nostalgia contraddittoria
a volte travestita di disprezzo verso quello che è rimasto dietro,
dall'altra parte dell'oceano, come nel caso di Juan.
Juan che sta sempre a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina
e, una volta là, rappresenta per un mese il suo ruolo di magnate
europeo guardando tutti dall'alto, per poi tornare e cominciare di nuovo
a progettare il suo prossimo viaggio in Argentina.
Questa nostalgia a volte travestita di odio verso questa società
italiana, come nel caso di Silvina, che odia tutto e tutti in Italia,
però rimanda eternamente il suo ritorno in Argentina, perchè
"voglio tornare con un bel gruzzolo, capisci?". E continua a
desiderare la patria lontana, che a forza di essere lontana diventa più
cara. O quella nostalgia razionalizzata di Carlos che sa che ha fatto
la sua scelta, con la quale ha guadagnato in tranquillità economica
e sociale e perso in affetti e amici, e dopo tanti anni continua a chiedersi
perchè bisogna scegliere.
Oppure la nostalgia di Ricardo, che l'ha fatta diventare il leit-motiv
della sua vita, proclamata e fatta bandiera, al punto che se tornasse
in Argentina non avrebbe più motivo per vivere.
O questa nostalgia mia, più "intima" l'ha definita un
amico, per la quale mi sento bene camminando per quella strada di San
Benedetto fiancheggiata di alberi così verdi, che mi ricordano
il mio quartiere, la Florida, là, lontano, a Rosario.
Tante nostalgie e una sola... tante storie e una sola.
Ognuno di noi, insomma, in maggior o minor grado, è passato a far
parte di questa realtà, e questa realtà è passata
a far parte di noi, e al di là del fatto che siamo in grado di
accettarlo o no, questo ci piace. Forse è questo che fa più
dolorosa la nostra nostalgia. E anche più sopportabile.
Tornare... no, non "con la fronte marcita" (riferimento al
testo di un conosciuto tango argentino). Tornare in Argentina per un mese
significò riconoscere il mio posto, la mia gente, la mia cultura,
ma contemporaneamente fu la stessa cosa che mi succedeva quando da piccola
per un'influenza o qualcosa del genere mancavo alcuni giorni da scuola:
quando tornavo avevo la sensazione di non appartenere più a quel
posto, a quella gente, perchè durante la mia assenza avevano vissuto
cose che io non avevo vissuto, e questo ci allontanava. Mi ci volevano
un paio di giorni per superare questa sensazione e sentirmi di nuovo parte
del gruppo e, non so perchè ma era doloroso.
Sì, un giorno tornai in Argentina e la sensazione non fu una, ma
tante, intrecciate e sovrapposte.
Il primo colpo fu quello di ritrovare le nostre pianure, nel viaggio da
Buenos Aires a Rosario; quella sensazione della vista che si perdeva lontano,
senza "sbattere" con nessuna collina, e per la prima volta prendere
contatto, non già da un piano culturale o di informazione, ma come
esperienza interiorizzata, con il quasi assurdo di quelle grandi estensioni
di terra senza coltivazioni lasciate alla natura, ai suoi ritmi propri.
Dico di aver preso per la prima volta contatto con questo, perchè
sebbene è quasi un luogo comune degli argentini parlare delle nostre
terre non lavorate, solo dopo due anni in Italia ho capito cosa significa
sfruttare al massimo la terra per produrre tutto quel che essa può
dare; mi sono abituata a vedere dei campi coltivati sulle pendici delle
montagne, nei giardini delle case, ed in qualsiasi pezzetto di terra disponibile.
Questo per quanto si riferisce al paesaggio rurale; una volta in città
mi sorprese la differenza di costruzione e di tracciato urbano, in confronto
alle città italiane, e mi impressionò la quantità
di cielo dei quartieri di Rosario, dove la grande maggioranza delle case
sono basse, a un solo piano, dando così una sensazione di maggiore
spazio e aria, rispetto alle strade strette e fiancheggiate di case a
due o tre piani di qualsiasi paesello o città d'Italia, dove a
volte sembra che neanche il vento osi entrare.
Sono due strutture assolutamente diverse, riflesso di due pensieri diversi,
ma non posso dire che l'una mi piaccia più dell'altra, semplicemente
amo ognuno di questi due stili per ciò che ciascuno rappresenta.
È come se le città argentine fossero cresciute come un elemento
in più del paesaggio, e da lì la necessità di conservare
spazi aperti, vegetazione abbondante, parchi pieni di verde che ripetono
i motivi della natura circostante. Mentre le città italiane mi
sembrano piuttosto il rifugio che gli uomini si costruiscono per proteggersi
dalla natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e mantenersi
uniti e quindi più forti; e quando hanno bisogno della natura,
non la vanno a cercare dentro il villaggio, ma escono da esso e vanno
verso la campagna, a lavorarla, a domarla, a goderla.
E poi... poi...fu l'incontro. Furono tanti incontri, volti, abbracci,
lacrime, domande.
Fu sentirmi di nuovo a casa, però nello stesso tempo estranea.
A questo mi riferivo prima. La realtà che sembrava essere la stessa
che io avevo lasciato due anni prima, non lo era completamente. Infinite
sfumature erano cambiate, molte cose erano successe senza che le vivessi
e per quanto mi raccontassero non riuscivo a capirle.
Questo creava quella specie di breccia che ha richiesto alcuni giorni
per essere superata.
Però, c'era tanto affetto antico, tanti gesti conosciuti, tutto
quell'humor ironico che così bene sappiamo gestire noi argentini,
ridendo di noi stessi, delle nostre disgrazie, dei nostri difetti, che
era impossibile non riadattarsi presto.
Fu meraviglioso reincontrarmi con la mia patria e ribadire quanto la amo
e quanto mi fa male tutto il suo dramma, il suo destino di "terzo
mondo" tracciato e disegnato da fuori.
E fu stupendo sedermi di nuovo al tavolo di un bar qualsiasi del centro
a prendere un caffè con un amico.
Ma, appunto mentre bevevo un caffè con un amico, ascoltai da un
tavolo vicino due signori chiacchierare in italiano e... eccola!... La
nostalgia in senso opposto.
Fu allora che capii che chi emigra rimane indelebilmente segnato da quel
sentimento dolce e doloroso nello stesso tempo, indipendentemente da dove
ci si trovi.
E finalmente dopo trenta cortissimi giorni tornai in Italia, e si ripetè
il dolore dell'addio della prima volta, e adesso so che si ripeterà
ancora ogni volta, ma so anche che ne varrà la pena.
Mi resta un argomento da analizzare. Forse uno dei più delicati.
Tante volte, soprattutto all'inizio della mia residenza in Italia, mi
sono chiesta, come tanti altri immigrati, se avevo il diritto di opinare,
criticare, contestare il tessuto politico, sociale ed economico italiano.
È inevitabile quell'idea o sensazione di "essere in casa altrui",
e perciò "bisogna stare zitti".
Ebbene, ho imparato che non è così, che non bisogna stare
zitti, e che non sono in casa altrui, giacchè non vivo della carità
della gente; sì, è vero che siamo nati in un altro posto,
ma qui lavoriamo, sognamo, soffriamo, mangiamo, paghiamo le tasse e facciamo
l'amore, e tutto ciò ci dà il diritto di pensare e opinare
in libertà.
Se non fosse così, ci troveremmo di fronte ad una dittatura infinitamente
più sofisticata di quelle nostre dittature di terzo mondo finanziate
e sostenute dal primo mondo.
Insomma, è ora che capiamo che le parole "nazionalità"
e "patria" sono più legate al lessico dei sentimenti
che al codice penale.
Ho incominciato questo scritto dicendo che questa è una storia
al presente, dunque questo non è un finale. Anzi, sia un inizio.
PATRICIA MONICA VENA
Sconfiggere la tristezza
Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo schiacciarla
lasciarla boccheggiare, senza respiro
perplessa davanti alla nostra risata.
Dobbiamo sconfiggere la tristezza
dobbiamo fare uno sforzo,
ridere come matti
delle mie stranezze e delle tue angosce,
di questo mondo e di questa gente,
della paura di restare soli,
della paura di restare lontano.
Dobbiamo sconfiggere la tristezza,
pestarla, distruggerla,
o almeno
ucciderla con l'indifferenza;
a forza di ignorarla forse un giorno,
annoiata, ci lascerà in pace
con la nostra allegria.
Dobbiamo cantare
ballare e scherzare,
dimenticare la gente di plastica
che cambia forma
e si deforma,
riscattando, certo, gli amici
quelli di sempre
quelli di prima
quelli di adesso
che si contano con le poche dita
di una sola
delle nostre quattro mani.
Dobbiamo rinfrescarci la memoria
e ricordare che il mondo è nostro
perchè tanto tempo fa lo comprammo
quando decidemmo di viverci fino in [fondo.
Dobbiamo inventarci un dio
(tanto, sono tutti un'invenzione),
il dio di quelli che stanno allegri
non importa con quale pretesto,
e chiedergli, ogni mattina:
- non lasciarci cadere nella tristezza
e dacci, anche oggi,
la nostra risata quotidiana.
L'estate dell'infanzia
L'estate dell'infanzia
era verde, arancione, rossa,
era sole in abbondanza
ed era il fiume,
sabbia senza fine
e il cielo del Sud del mondo,
più largo, più profondo,
più cielo e più mio.
L'estate dell'infanzia
era una giornata interminabile,
e una sera calda, appiccicosa,
l'incontro con gli amici,
si va a dormire tardi.
Non l'ho vissuta fino in fondo
l'estate dell'infanzia,
non ho assaporato abbastanza
il mio luogo nel Sud del mondo.
Adesso mi accorgo
di aver vissuto una vita,
come se ne avessi ancora un'altra
da vivere più tardi.
Così ho perso l'infanzia,
l'estate,
il cielo
e quel mio luogo
nel Sud del mondo.
Radici
"E dopotutto,
la nostalgia esiste,
e le persone non hanno radici,
hanno ricordi."
Così mi scrivevi,
Amica,
ricordando passati,
momenti ormai vecchi,
che a volte sembra
non siano mai esistiti
per quanto sono lontani
per quanto sono sbiaditi
per quanto sono passati.
In quel passato e in quel "lontano"
crescevamo
imparavamo la vita
come una lezione
nella quale
bisognava prendere dieci
... o niente.
Chissà
quale voto ci diedero.
Io credo che ci impegnammo
io e te,
in quella scuola.
Abbiamo percorso tante strade,
a volte opposte
altre volte parallele,
cercando sempre d'imparare,
per prendere quel dieci,
ma i "complimenti"
non arrivarono mai
o non sapemmo vederli,
li cercavamo nel quaderno,
sul foglio bianco e ordinato,
il tuo più del mio,
ho fatto sempre più fatica
a mettere le cose in ordine.
La mia strada un giorno
si fece d'aria
e volai
per camminarla
ed arrivai in un mondo
che era già stato fatto
in cui nulla di me
era intervenuto
nel farlo.
E ci fu bisogno di inventarsi
delle radici nuove,
come la pianta di fragola
che dove si appoggia
mette radici
per non cadere,
per sopravvivere.
Ma le persone
non sono fragole,
e le radici nuove
non sono quelle vecchie,
non hanno forza,
non vanno così profonde,
non sono così certe.
E' la radice vecchia
Amica
che mi lega alla terra.
Questo, però,
l'ho imparato mettendo quelle nuove.
Da lontano
"Ser argentino es estar triste
ser argentino es estar lejos"
Julio Cortázar
Avevi ragione Julio,
essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano,
ma è anche molte altre cose.
Essere argentino è ascoltare un tango
e anche se l'abbiamo sempre negato
cominciare a scoprire che ci piace,
che è nostro,
che dopottutto ci disegna,
ci descrive,
ci spiega meglio di mille parole.
Ed è camminare per qualunque strada
di qualunque città
di un Paese qualsiasi
e sapere che anche se è bella
non è come quell'altra
in cui abbiamo baciato per la prima volta,
e ancora prima abbiamo giocato a nascondino,
o abbiamo imparato il difficile equilibrio
della prima bicicletta.
Essere argentino è anche
sentirsi europeo per parte di padre
per poi venire in Europa
e sentirsi argentino per parte di terra.
E' sentire un buco nello stomaco
e sapere vagamente
che nessuna bistecca potrà mai riempirlo.
Beh, forse,
dopottutto e facendo un riassunto
"Essere argentino è essere triste,
essere argentino è stare lontano"
Non ce ne siamo andati
Non ce ne siamo andati per sempre,
nessuno se ne va per sempre,
siamo rimasti un po'
nel sole di mezzogiorno,
nella corrente del fiume,
nelle strade ardenti dell'estate,
nelle notti tristi dell'autunno.
Siamo rimasti un po' nell'aria
e un po' nella terra,
nel soffio del vento
e nel caldo della siesta.
Non ce ne siamo andati del tutto
un po' siamo rimasti
in ognuno di coloro che abbiamo lasciato,
un po' siamo rimasti
nella voglia di tornare
che a volte ci passa addosso,
ci travolge inondandoci di ieri,
per poi andarsene
lasciandoci esausti,
senza energie,
a forza di ricordare.
Non ce ne siamo andati del tutto,
nessuno se ne va del tutto,
lo so perchè a volte torno
in un profumo,
in un suono,
in un colore
o in un sogno che poi dimentico.
Ricordi
Ricordi che sono sogni
che sono suoni
che sono odori e colori.
Flash
lampi
immagini
una voce
i volti,
nitidi
tangibili
eppure sfumano
eppure non ci sono.
La mia memoria
mi fa dei regali
inventa giochi
mi sorprende:
una luce
un silenzio
un mattino
un profumo.
Fa diventare nullo il tempo
azzera la distanza
e rimane solo quell'attimo
davvero fuggente
davvero fragile
del ricordo
diventato materia
dell'incontro
tra quella realtà
e questa.
Eppure ho paura,
la memoria ha un limite,
questo mi spaventa
potrei dimenticare
potrei
essere
dimenticata
Vedi?
Vedi?
Non è poi così lunga
la strada,
non è poi così tanta la tristezza,
non è poi così grande
la solitudine,
se c'è un amico
dall'altro lato
della distanza
che pensa, come te,
che dopotutto,
non è poi così lunga
la strada.
Paese non mio
Forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.
Dopo averti studiato
analizzato
sminuzzato
smontato
e rimontato,
dopo averti fatto a pezzi
e riattaccato i frammenti,
dopo averti negato
e ripudiato,
dopo averti, infine,
conosciuto,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando,
piano piano,
ad amarti
Paese non mio.
Anche se non sei mio
e io non sono tua
e non lo sarò mai,
anche se non mi fido
della tua forzata cortesia,
anche se so che ignori
chiunque non ti appartenga
e diffidi degli estranei
che osano avvicinarti,
forse,
e mio malgrado,
sto cominciando ad amarti
Paese non mio.
Ho imparato a conoscerti
nei tuoi lati migliori
e nei peggiori,
ti ho perfino difeso
qualche volta,
quando qualcuno,
senza conoscerti,
ha esternato
qualche facile sentenza,
è impossibile definirti
con tanta leggerezza.
Eppure, eppure...
c'è qualcosa che ci manca
a noi due,
c'è qualcosa che impedisce
di passare oltre,
e forse lo so io
qual'è l'inconveniente:
si da il caso,
ed è questo un dato di fatto,
che tu,
Paese,
...non sei mio.
Ho deciso
Ho deciso:
voglio recuperare
tutto il tempo perduto.
Voglio cantare
anche se sono stonata,
voglio danzare
anche se non sono in forma
e non lo so fare.
Ho deciso:
voglio imparare a nuotare
e se è possibile anche a volare
o almeno provarci.
Voglio amare
ed essere amata
e crederci
in un caso
e nell'altro.
Ho deciso:
voglio conoscere
tutti i luoghi possibili,
andare nei posti proibiti,
alloggiare in torbide locande,
bevendo del vino con gli sconosciuti.
Voglio sfidare i pericoli
e superare ogni paura,
non vergognarmi di niente,
non avere sensi di colpa,
non essere così prudente.
Voglio essere cattiva
quando mi va di esserlo,
amare quando mi va d'amare
e odiare quando mi va di farlo.
Ho deciso:
voglio viverla
questa cazzo di vita.
Alejandro
nostalgia dell'amico che è voluto andarsene per sempre - 31 dicembre
2000
T'immagino libero,
ora,
t'immagino leggero
quasi parte dell'aria
senza le tue catene personali
troppo pesanti
per il tuo corpo minuscolo.
T'immagino
finalmente libero
soddisfatto del tuo ultimo
agognato
atto di coraggio.
L'avevi deciso
così tanto tempo prima
che ormai era quasi un sogno
o un martirio.
T'immagino sorridente
con quella tua espressione
da clown senza trucco,
e t'immagino danzante
con una grazia mai sospettata
nei tuoi movimenti quasi goffi
quasi sbagliati,
e t'immagino sereno
nel volto, nell'anima
e nel corpo.
T'immagino libero
Spagna
Era Spagna ed estate.
Camminavamo senza fretta
confondendoci in una corrente
di turisti dopo la siesta;
all'improvviso un aroma
dolciastro, antico, conosciuto
si avvicinò alla mia memoria
e fu un istante,
un istante solo.
Vidi la vecchia casa di mia nonna,
il patio,
le piante,
io bambina
in un passato lontano,
nascosto,
quasi dimenticato.
A volte il tempo
ci concede questi permessi
e possiamo riavvolgerlo
in un momento,
recuperando un ricordo
che credevamo perso.
Beppi
Quando tornai per la prima volta in Argentina, dopo quasi due anni vissuti
in Italia, a casa dei miei avevano organizzato una cena di benvenuto per me.
C'erano parenti, amici, vicini. Tra questi un vecchio signore italiano, amico
e vicino di casa, che tra l'altro aveva collaborato anche materialmente alla
realizzazione della festa. Viveva in Argentina da una quarantina d'anni e
non era mai più tornato nella sua terra.
Tutti parlavano, ridevano, mi facevano domande, e a un certo punto questo
signore mi guardò con quei suoi occhi buoni e mi chiese:
" Di un po', non è vero che il cielo d'Italia è più
azzurro?"
Mi commuovo ogni volta che ricordo questo episodio.
Sì, caro Beppi, avevi ragione, sempre il cielo dell'infanzia è
più azzurro.
Beppi morì qualche anno dopo senza rivedere l'Italia.
Nonno Francisco
Avevo un nonno musicista. Sono nata troppo tardi per conoscerlo. Aveva un'orchestra,
che lui stesso dirigeva, e girava per i piccoli paesi della campagna intorno
alla città di Rosario, in Argentina, animando le feste, facendo ballare
e divertire i paesani.
Dicono che aveva un brutto carattere, ma io non ci credo mica tanto, perché
uno che ama la musica non può essere poi così cattivo.
Dicono anche che era capace di suonare qualsiasi strumento gli capitasse tra
le mani e che gli bastava ascoltare una volta sola una canzone per essere
in grado di riprodurla perfettamente. Un vero talento musicale.
Non sai quanto mi dispiace non averti conosciuto, nonno Francisco! Di te
ho soltanto un vecchio spartito per pianoforte di un valzer che avevi composto,
intitolato "Eternidad" (eternità). Qualche volta lo suono
sulla mia tastiera elettronica (posso immaginare il tuo sguardo di stupore
e meraviglia se potessi vedere un simile strumento!) e divento uno dei componenti
della tua orchestra, la "Tipica di Francisco Vera", in un ballo
di paese. Vedo le coppie girare al ritmo della tua musica dolce, malinconica,
i tavoli con le mamme delle ragazze che non perdono d'occhio le proprie figlie
che danzano nelle braccia dei giovanotti, sento il profumo dei gelsomini,
ascolto brani di conversazioni in cui si intrecciano parole in spagnolo con
altre in italiano, pronunciate dagli immigrati che non hanno ancora imparato
del tutto la nuova lingua, e si ostinano a conservare vestigia della propria.
Chissà quante cose avresti potuto insegnarmi! Ci saremmo sicuramente
divertiti insieme, suonando, usando la musica per comunicare.
Mi sei mancato, nonno Francisco.
Lettera ad una amica che è partita
I. L'amicizia
Ti rendi conto? Sono circa quattro anni che ci siamo conosciuti, qui, lontano
dal luogo in cui sono le nostre case, quelle in cui siamo nati, in cui giocavamo
da piccole, dove papà e mamma ci diedero i primi elementi con i quali
ingenuamente pensavano che avremo potuto affrontare il mondo, un mondo che
cambia così vertiginosamente che quello che ieri serviva oggi nemmeno
esiste; lontano da dove siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, abbiamo
imparato ad amare per conto nostro e ci insegnarono ad odiare con la forza.
Probabilmente se fossimo rimasti sempre lì, fermi, immutabili, non
ci saremo conosciuti, vivevamo così lontani gli uni dagli altri!
Sono quattro anni che ci siamo conosciuti e solo da poco tempo abbiamo cominciato
a sentirci amici.
Sono convinta che non è un fatto fortuito, sono convinta che in un
qualche modo abbiamo fatto resistenza all'affetto, eravamo consapevoli di
essere quattro viaggiatori e come tali capaci di levare l'ancora in qualsiasi
momento, credo che almeno in te come in me è stato questo un fattore
importante per non abbandonarci a quella "sintonia" che, senza dubbio,
abbiamo riconosciuto al primo istante. Tanto a te come a me facevano troppo
male tutti gli adii che non eravamo riuscite a lasciarci dietro, e non volevamo
esporci a nuovi dolori.
E quando ci eravamo quasi riusciti, abbiamo mollato, forse credendo che ormai
non c'era più pericolo, la vostra decisione di partire era già
stata presa anche se non aveva una data certa, e probabilmente abbiamo pensato
che a quel punto non c'era più niente da temere, la nostra razionalità
non poteva cedere davanti ai fatti compiuti. Mi viene in mente però,
una spiegazione che penso possa essere più vicina alla realtà:
una volta mi dicesti che uno psicologo ti aveva spiegato che le persone che
hanno nevrosi simili si attraggono, quindi forse le nostre rispettive tendenze
al masochismo ci abbiamo spinto ad avvicinarci affettivamente proprio quando
sapevamo che presto avremo dovuto separarci.
Ma, dopotutto, ha qualche senso, adesso, cercare i motivi di un'amicizia che
comunque esiste e comunque finirà? Perché io sono convinta che
questa amicizia finirà non appena ci saremo separati; sarà sicuramente
sostituita da un'altra, sublimazione di ciò che è oggi, con
tutti gli strumenti propri della sublimazione, e cioè, lettere una
volta ogni tanto, l'immancabile cartolina di fine anno con "i nostri
migliori saluti", qualche cassetta che forse in una crisi di nostalgia
ci decideremo a registrare e mandare con un viaggiatore occasionale che ci
farà il piacere di mettere nella sua valigia e portare via aerea il
nostro affetto idealizzato, intatto, quasi senza uso, tipico dei rapporti
a distanza. Sono affetti che non si usurano, non si mettono alla prova, non
corrono rischi
e non crescono.
Sono sincera, non m'interessa in modo particolare acquisire una nuova sublimazione
di amicizia, ne ho già tante
e ti dico questo anche se so che
quando riceverò la tua prima lettera mi rallegrerò enormemente,
sicuramente riderò di qualche tua trovata scritta, e sicuramente piangerò
per qualche ricordo che senza meno comparirà. Succede che sebbene habbia
già troppe sublimazioni di amicizia, non trovo il coraggio di rinunciare
ad avere almeno quello.
II. Le domande
Bene, il fatto è che te ne vai, o più esattamente, torni, torni
a quella grande "casa" che è "il luogo in cui siamo
nati, siamo cresciuti, abbiamo vissuto il primo amore, ecc. ecc.", e
la domanda è: troverai ciò che vai a cercare? Questo ammettendo
che tu sappia ciò che vai a cercare, perché uno non sempre lo
sa esattamente, in genere sa, in modo vago e generico, che va a cercare in
un altro posto ciò che gli manca nel posto in cui si trova. Cioè,
sappiamo perfettamente cosa ci manca, ma ci è sempre chiaro cosa abbiamo?
E questa non è retorica religiosa del tipo "dobbiamo valorizzare
quello che abbiamo" o poetica del tipo "non c'è niente di
più amato di ciò che ho perso"; no, si tratta di domandarci
se quelle cose che oggi ci sono proprie in modo quasi logico - perché
nell'ambito in cui ci troviamo non potrebbe essere altrimenti, perché
è "naturale" che ci appartengano e che abbiamo diritto di
godercele (sia chiaro, non parlo soltanto di oggetti o proprietà, ma
neanche soltanto di beni spirituali, le nostre vite, che lo ammettiamo o meno,
sono fatte da tutti e due le cose)- dopo, quando ci mancheranno in quell'altro
ambito che, sappiamo, manca di molte di quelle "garanzie", per chiamarle
in qualche modo, non diventeranno angosce che andranno a sostituire quelle
di oggi.
In questo caso la nuova domanda sarà: vale la pena tutto lo sforzo,
in tutti gli aspetti, che significa un nuovo sradicarsi, un nuovo cambiamento
di ambiente, un nuovo "ricominciare", soltanto per cambiare alcune
angosce per altre, alcune mancanze per altre, alcune fantasie per altre?
Immagino che tutte queste domande più che a te le stia facendo a me
stessa, e credo che per me la risposta, almeno in questo momento, sia no.
Certo, come mi succede sempre, dopo un'affermazione mi giunge immediatamente
il dubbio: sarà che la mia risposta è no perché non sono
tanto viva come prima, perché in qualche modo mi sto arrendendo alle
circostanze e perdendo la capacità di difendere l'utopia? Sarà
questo un segno di crescita e maturità oppure di cominciare a morire?
Ma, in realtà, non sono forse la stessa cosa crescere e andar morendo?
Voglio dire, è come se fossero due processi opposti ma posizionati
su una stessa linea retta, uno cresce verso destra e l'altro verso sinistra,
e ovviamente si fondono. O saranno due processi sì opposti ma su due
linee rette diverse, non parallele, che quindi si andranno ad intersecare
in un unico punto: la morte, nel quale si si finisce di crescere e si finisce
di morire?
III. Le paure
Dopo tutta questa pseudo-filosofia "da conversazioni da notte inoltrata",
come faccio a tornare al fatto affettivo che motiva ciò che sto scrivendo?
Succede che in realtà fa tutto parte dell'affetto, sto semplicemente
utilizzando l'aspetto razionale della mia analisi dei fatti, per esprimere
la rabbia, l'angoscia, la paura che questa separazione provocano in me.
La paura
ti ricordi quando mi raccontasti una delle paure più
profonde che l'idea di tornare ti creava? Ti riferivi a quel pericolo latente,
non so se più nel nostro immaginario, come risultato del terrore vissuto,
o nella realtà, degli autoritarismi tanto frequenti da quelle parti.
Abbiamo vissuto grande parte delle nostre vite sottomessi a quella condizione,
quella del potere assoluto detenuto da pochi che erano riusciti, ogni volta
che l'hanno voluto, a distruggere intere generazioni con il terrore, con l'annichilimento
non solo delle vite umane, ma anche e soprattutto delle idee, di sogni semplici
e grandiosi nello stesso tempo come la libertà, la pace, il diritto
ad essere chi si è.
Poiché credo di conoscerti abbastanza, quando penso a queste cose sono
consapevole che soltanto un grande amore dentro di te può averti portato
ad esporti a quello, il nostro Grande Fantasma.
Ma tornando alla separazione, noi, quelli che abbiamo conosciuto la dimensione
della lontananza, quelli che abbiamo avuto acceso all'esperienza della perdita
quasi totale di tutto ciò che fino ad un certo momento costituì
il nostro mondo, abbiamo potuto imparare che niente è così definitivo
come sembra, neanche i grandi dolori, ed è per questo che in una delle
nostre ultime chiacchierate abbiamo convenuto sul fatto che ci saremo mancati
moltissimo a vicenda, ma abbiamo anche convenuto sul fatto che poi, lentamente,
saremo andati dimenticandoci, non dell'amico, ma del dolore che la lontananza
dell'amico provoca in noi, per essere sostituito da una specie di dolce malinconia:
la sublimazione di cui ti parlavo prima. E' senza dubbio un meccanismo di
difesa della nostra psiche: se non puoi evitarlo, cerca il modo in cui ti
faccia meno male.
Forse ciò che fa ancora più difficile questo addio, per noi
quattro, sia quella sensazione che, credo, tutti abbiamo, di esserci incontrati
"fuori tempo", quella sensazione per la quale pensiamo che se ci
fossimo avvicinati, tante cose si sarebbero potute fare, tanti progetti che
hanno a che fare con interessi comuni, con la voglia che tutti abbiamo di
camminare insieme anche soltanto per un tratto, in modo di poter realizzare
qualche grande impresa. E se fosse solo una fantasia, un'altra delle tante
masturbazioni mentali che ogni giorno ci concediamo, per giustificare l'inerzia
di non aver fatto niente quando ne avevamo il tempo?
Al diavolo! Quel che veramente conta sono tutte le cose che sì abbiamo
fatto, tutte le risate che abbiamo lasciato volare, tutte le notti che abbiamo
transitato, immersi in complessi discorsi ai quali assistevano, mute e sbalordite,
con aria di non capire niente, le bottiglie vuote che ci avevano regalato
il loro prezioso vino, elisir magico che ci apriva le porte alla ricerca di
noi stessi. Prendiamo atto del fatto che sono quelle le cose che ci mancheranno
quando non saremo più insieme, quelle che avrebbero potuto essere,
invece, continueranno ad essere abitanti del pianeta del "Chissà".
Abbiamo analizzato molte volte i motivi di questa difficoltà che abbiamo,
nella nostra condizione di immigrati, per stabilire legami affettivi tanto
consistenti come quelli che abbiamo lasciato nella nostra terra, e siamo arrivati
alla conclusione che, aldilà delle differenze culturali che ovviamente
implicano anche una differenza nelle modalità dei rapporti umani, ha
una grande importanza il tempo, cioè il fatto che tutte quelle amicizie
che abbiamo lasciato si sono andate costruendo negli anni, senza che noi le
forzassimo e soprattutto, nella maggior parte dei casi, sono nate in periodi
della vita specialmente fertili: l'infanzia, l'adolescenza; da un'altra parte
quei legami si creavano in ambiti che ci erano naturali, come la scuola, l'università,
il lavoro, e quindi quasi statisticamente era più probabile che venissero
ad incontrarsi tra di loro persone con interessi comuni o con caratteristiche
similari, mentre trovandosi uno immerso in ambiente nuovo, sconosciuto, senza
conoscere nemmeno certi codici che appartengono al passato di quasi tutti
gli individui che si sono sviluppati nelle stesse condizioni culturali, politiche,
economiche, storiche e perfino geografiche, chiaramente quella probabilità
è molto minore. Naturalmente, e sempre parlando in termini statistici,
questa bassa probabilità non implica impossibilità, e ho prove
di questo, ma la ricerca diventa così faticosa che si corre il rischio
di stancarsi o cadere nello scetticismo più assoluto.
Perché tutto questo? Sicuramente perché in me a molto a che
fare con il dolore che mi provoca la tua partenza, vale a dire, senza tanti
giri di parole: ma è possibile che quando trovo qualcuno che riesce
a far crollare le mie barriere affettive, quel qualcuno se ne debba andare?
Sì, evidentemente è possibile e sta succedendo, e non serve
a niente che io mi flagelli girando in cerchio intorno a questo sentimento
che comunque, come ho già detto, so non permanente. Passerà,
come sempre, e credo che la saggezza stia nel saper attendere che passi con
la maggior tranquillità possibile, senza drammi inutili e assurdi.
Il problema è che, nel frattempo, le barriere affettive tornando ad
installarsi; sono, chiaramente, una tendenza naturale in me, che sembrerebbe
aumentare con gli anni. Una tendenza alla quale mi sono affacciata un'infinità
di volte con gli occhi della ragione, ma per un qualche motivo rimango sempre
in superficie; mi viene in mente l'immagine di un lago congelato: quando lo
si guarda si pensa di star vedendo il lago, ma in realtà si vede solo
la sua superficie, il lago è quello più tutta l'acqua che c'è
sotto, e per poterla vedere bisognerebbe prendersi la briga di rompere il
ghiaccio e mettersi dentro l'acqua, e sentire tutto quel freddo dentro il
corpo, per rompere più ghiaccio e poter vedere più lago. Senza
dubbio serve coraggio. A dire il vero, credo che negli ultimi tempi qualche
pezzetto di ghiaccio l'ho rotto e sono arrivata perfino a entrare in acqua,
ma ho resistito poco al freddo e ne sono uscita subito, cercando di vedere
attraverso il piccolo buco tutto il lago. Non è molto, lo so, ma è
già qualcosa, no?.
Ad ogni modo, andandotene mi lasci il lavoro di ricostruire la barriera, per
chiudere il passaggio che avevi aperto, e sicuramente metterò tutto
il mio impegno (il mio inconscio lo farà) nel costruirla più
sicura e resistente di prima, così sarà ancora più difficile
che qualcun altro la possa rompere.
IV. L'oblio, le colpe, la libertà
Per favore, non permettere che tuo figlio mi dimentichi, mi ha fatto sempre
molta paura l'oblio dei bambini, forse perché è molto più
concreto di quello degli adulti. Gli adulti possono dimenticare emotivamente,
ma difficilmente dimenticano razionalmente una persona, invece i bambini,
forse perché hanno una memoria più labile o più corta
(non conosco i dettagli tecnici della questione), in assenza di un contatto
periodico possono dimenticare completamente un oggetto o una persona.
Io sento che se un bambino mi dimentica è come se smettessi di esistere
e io non voglio smttere di esistere per tuo figlio.
Ho imparato ad amarlo molto, sai? Eppure non gliel'ho mai detto, non gliel'ho
mai dimostrato, che idiota!, non so se a lui sarebbe servito, a me sicuramente
sì.
Ho sempre ammirato il modo in cui voi lo aiutate a crescere (credo che questa
sia un'espressione più valida che "educare") con quel senso
quasi prioritario dell'indipendenza, nel quale immagino lui senta di essere
molto legato a voi solo dall'affetto e non perché sia convinto che
senza di voi non riuscirebbe a sopravvivere, che è invece il modo in
cui molti genitori fanno crescere i loro figli, perché così
giustificano la loro vita e il loro ruolo di genitori. Il figlio deve dipendere
da loro, altrimenti perché si sono presi la briga di farlo venire al
mondo e di crescerlo? Perché avrebbero rinunciato a tante cose decidendo
di avere un figlio se, in compenso, non diventano indispensabili per quel
figlio?
Credo che tuo figlio sia perfettamente consapevole del fatto che il vostro
affetto è per lui tanto necessario quanto la tazza di latte che gli
offri ogni mattina, ma nello stesso tempo sa che se una mattina tu non potrai
dargli la tazza di latte, lui potrà tranquillamente prepararsela da
solo. Sa, cioè, di possedere tutte le potenzialità, il che non
implica che possa realizzarle tutte contemporaneamente: oggi, con i suoi sette
anni, non può guidare un'auto ma questo non lo preoccupa, poiché
nessuno gli ha detto che lui non l'avrebbe potuto fare. Non credo di sbagliare
se dico che è un essere umano naturalmente padrone di se stesso.
Capisci di cosa parlavamo io e tuo marito quando dicevamo che è più
difficile liberarsi da preconcetti che sono stati introdotti in noi in modo
subliminale? Quando, in maniera cruda ma di fronte, ti trovi davanti alle
repressioni, le paure o le colpe che ti vogliono addossare (chi? I genitori,
gli educatori, la religione, la società, lo stato), non dico che si
soffra di meno, crescere ed acquisire un'identità propria fa sempre
soffrire, però è più facile riconoscere quelli elementi
e stabilire se gli vogliamo e meno nelle nostre vite adulte, a partire da
lì puoi architettare un po' più liberamente la tua strategia
per lottare e difenderti. Anzi, ti vedi quasi spinta a sviluppare una personalità
forte, se non vuoi soccombere.
Quando invece l'aggressione non è chiara ed evidente, senza accorgertene
cresci con l'informazione che non sei in grado di fare praticamente niente
senza l'aiuto di qualcuno (qualcuno che, certo, con sincero affetto fa tutto
per te), che la vita e il mondo sono un enorme pericolo e quindi avrai sempre
bisogno di qualcuno che ti protegga, che la società in cui vivi ha
certe regole morali (in realtà parlano di sesso, che sembrerebbe essere
l'unica vera immoralità, non parlano mai di guerra, di oppressione,
di corruzione) che non devono mai essere infrante perché la punizione
sarà come minimo l'inferno, che devi essere sempre e non ostante tutto
buona, anche a costo della tua libertà, dei tuoi diritti, de te stessa.
Poi, a un certo punto, cosa succede? Succede che, secondo le regole della
società in cui vivi, arrivi ad una età in cui si suppone che
sei ormai grande e devi arrangiarti per conto tuo, ma siccome non te ne hanno
mai dato gli elementi necessari, non hai la minima idea di cosa fare, la decisioni
più insignificanti diventano trascendenti, il più piccolo ostacolo
sembra insuperabile
insomma, ti senti una perfetta fallita.
Sarai d'accordo con me che diventa molto più difficile individuare
l'oggetto della lotta, la scelta da fare, la strategia da seguire; essendo
più difficile, il processo si ritarda. Ti ripeto, non è che
si soffra di più, si soffre più tardi, quando non è più
tempo di crescere ma di essere già "grande", e questo complica
tutta la vita d'adulto, che è quando si dovrebbe sviluppare al massimo
l'attività creativa, produttiva, spirituale, e uno si trova paralizzato,
occupato a tagliare cordoni ombelicali.
E' per tutto questo che dico di ammirare il modo in cui cresce tuo figlio,
perché credo che stia crescendo "giusto in tempo".
Mi mancherà, mi mancheranno le sue riflessioni a volte così
adulte che ci lasciavano a bocca aperta, mi mancherà la sua risata
fresca, i suoi occhi apertissimi e quel suo modo simpatico di prendermi in
giro imitando i miei gesti, le mie parole, che probabilmente era il suo modo
di studiare i codici e i comportamenti della "gente adulta".
V. La partenza
Così come ogni cosa arriva, arrivò il giorno della partenza.
Gli ultimi giorni li avete passati a casa nostra e, come vi ho già
detto, quello è stato il miglior regalo di addio che ci poteva fare,
perché anche in mezzo alla agitazione, le corse e i nervosismi degli
ultimi momenti, abbiamo avuto la possibilità di provare un'esperienza
nuova nella nostra amicizia: la convivenza, ed è stata una buona esperienza,
credo che a tutti ci insegnò qualcosa.
Erano patetici gli sforzi che facevamo per evitare l'argomento della separazione,
così come il modo in cui cercavamo pretesti che ci mantenessero legati
attraverso la distanza, anche se sapevamo che erano più vicini alla
fantasia che alla realtà.
Solo ora mi rendo conto che non mi è venuto neanche in mente offrire
una mano per trasportare le valigie fino al piano terra in modo che fossero
pronte quando venissero a prendervi per andare in aeroporto, evidentemente
ho negato fino all'ultimo momento l'imminenza della partenza.
E' stata dura, soprattutto nelle ore precedenti, perché eravamo concentrati
nel trattenere i sentimenti, in non mollare; almeno nell'addio abbiamo potuto
scioglierci, lasciarci invadere dall'emozione, piangere, abbracciarci, dirci
quanto ci saremo mancati a vicenda e tutte quelle cose che sempre si dicono
in questi casi, cose che in qualsiasi altro momento suonano a "telenovela"
e invece in quel momento hanno significati profondi, perché vengono
fuori senza che noi le prepariamo, perché emergono dalle nostre viscere
mescolate con le lacrime in un'esplosione che ci supera, che non riusciamo
né ci interessa controllare; in quell'istante siamo soltanto uno strumento
di qualcosa che esiste aldilà di noi stessi, del nostro intelletto:
l'emozione. So che potrò dimenticare molti particolari che vi riguardano,
o che riguardano la nostra amicizia, che andranno dissolvendosi nel tempo
e nella routine, ma non dimenticherò mai quell'abbraccio.
Amo particolarmente quel tipo di situazioni, anche quelle dolorose, perché
segnano punti di massima intensità nella mi condizione di essere viva,
sicuramente perché sono eventi poco frequenti nella mia quotidianità
così misurata, così controllata, nella quale difficilmente mi
permetto di manifestarmi totalmente.
Sono perfettamente consapevole che in quell'abbraccio e in quelle lacrime
ho abbracciato e ho pianto tutte le amicizie perdute lungo la mia vita, perdite
che non ho vissuto completamente a suo tempo e sono venute fuori nel nostro
addio; dicono gli psicologi che un duello prima o poi si vive. Evidentemente
io ho deciso di viverli tutti insieme, a giudicare dalla quantità di
lacrime che ho versato.
So anche che stavo piangendo la solitudine che avrebbe invaso il giorno dopo,
quando mi fossi accorta che non avrei potuto alzare il telefono, fare il tuo
numero e dirti: mi offri un caffè?, pretesto abituale per iniziare
una di quelle lunghissime chiacchierate nelle quali perdevamo la nozione del
tempo e che ogni tanto ci permettevamo, anche se, nel mio caso, non potevo
evitare i sensi di colpa di aver dedicato tutto quel tempo ad una attività
che non fosse "produttiva" secondo i parametri della società
in cui viviamo. Comunque ho sempre preferito caricare il mio senso di colpa
e non rinunciare a quelle poco frequenti possibilità di comunicazione.
So che da ora in poi se svilupperà in me nuovamente la tendenza all'isolamento,
e dovrò, ancora una volta, cominciare da zero il faticoso lavoro di
contattarmi con l'esterno. Ma, dopotutto, che cos'è la vita se non
un continuo ricominciare?
VI. Il dopo
E' quasi un mese che ve ne siete andati, e nemmeno una lettera, una telefonata,
né da una parte né dall'altra, abbiamo fatto forse un tacito
accordo? Senza dirlo abbiamo scelto il silenzio, sapendo che comunque una
lettera non aggiunge ne toglie niente al sentimento, che gli abbracci stanno
scomodi dentro una busta per via aerea?
Forse semplicemente siamo tutti troppo occupati, voi nell'ambientarvi nella
nuova realtà, nel imparare di nuovo luoghi, affetti, volti e gesti
semi dimenticati, noi nell'abituarci all'assenza, nel visitare il pezzetto
di solitudine che ci avete lasciato, nell'internare questa nuova dimensione
della nostalgia, la nostalgia di rimanere quando è un altro ad andarsene.
Col passare dei giorni il dolore si è attenuato e uno comincia a rimpiazzare
cercando delle attività che riempiano i tempi che appartenevano all'amicizia.
Passo allora a farti una specie di resoconto della situazione, da questo lato
della distanza:
Non abbiamo smesso di fare tardi la notte con una certa frequenza, come una
specie di rito, o semplicemente un modo di vita. Parliamo poco di voi, facciamo
le cose di sempre, continuiamo ad amare, non abbiamo smesso di mangiare, non
siamo diventati astemi, ridiamo tanto come prima
abbiamo due amici in
meno. (Sì, lo so, ci rimane sempre la sublimazione, ma lasciamola da
parte per un po', altrimenti s'impadronisce di tutto, s'inghiottisce il sentimento
e lo dà indietro come un'immagine colore rosa con una cornicetta stile
rococò quasi nauseabonda, che non c'entra niente con ciò che
il sentimento era).
Qui la gente si prepara per le feste, come tutti gli anni, comprano regali,
quantità di cibo che non riuscirebbero a mangiare in un anno e belle
cartoline con paesaggi natalizi da mandare alle persone che amano (e a quelle
che non amano pure, a Natale tutti diventano più buoni).
Nei paesi in guerra si proclamerà, probabilmente, giorno di tregua
il 25 Dicembre, e dopo aver ascoltato il messaggio natalizio di Pace e Amore
che il Papa trasmetterà per TV a tutta l'umanità , i soldati
riprenderanno le armi e cominceranno a sparare di nuovo.
Sicuramente i politici faranno un brindisi esprimendo buoni propositi per
il prossimo anno, promettendo di lavorare tutti insieme per il bene del paese
e il giorno dopo ognuno di loro continuerà a studiare il modo migliore
di rovinare gli altri per poter così ereditare la totalità dell'elettorato,
fantasia recondita di ogni buon politico.
Sì, lo so, pensi che mi sono sbagliata e ti sto raccontando le cose
che succedono dalla parte del mondo in cui stai tu, ma non è così,
queste sono quelle di qua, è solo che sono uguali a quelle di là,
il mondo è un grande teatro dell'assurdo e siamo tutti eccellenti attori,
rispettiamo fino in fondo le regole del gioco, accettiamo senza rimorsi le
ipocrisie degli altri e siamo ugualmente ipocriti con gli altri.
Pochi giorni fa ho assistito ad una scena terribile: mentre aspettavo mio
marito all'ingresso di uno di quelli grandi magazzini in cui è possibile
comprare da un quaderno ad una camera da letto, tre tipi presero a pugni un
ragazzo negro che, all'entrata del negozio, con il permesso dei proprietari,
vendeva le sue cianfrusaglie che sicuramente non gli bastano per vivere ma
sono l'unico che ha. E' venuta una guardia, li ha separati, son venuti i proprietari
del magazzino, hanno fatto entrare il negro e chiamarono la polizia.
Insieme a me almeno altre due persone avevano visto quello che era successo,
quando è arrivata la polizia gli aggressori erano ancora lì,
evidentemente si sentivano molto sicuri di essere dalla parte della giustizia
avendo aggredito in tre un uomo solo. I poliziotti hanno cominciato a fare
domande e prendere dichiarazioni, e tutt'a un tratto l'unica che aveva assistito
alla scena ero io, le altre persone erano svanite, le stesse persone che pochi
minuti prima si mostravano indignate per ciò che era accaduto. Mi sono
sentita molto male. Mi sono sentita molto sola. E anche se ti può sembrare
strano, in mezzo a tutta quella confusione ho pensato a te, ho pensato che
tu saresti rimasta.
E' anche per cose come questa che mi manchi.
Per il resto, qui non ci sono grandi novità, si continua a vivere
VII. La lotta
Pochi minuti fa nevicava, al di fuori della finestra il cielo stava per cadere,
ed ha così poco a che fare il tango di Piazzolla che sto ascoltando
con quel paesaggio esterno fi colline bianche di neve e tetti spioventi, ma
ha così tanto ha che fare con il mio paesaggio interno
E non
posso non pensare a voi e a tanta altra gente che sta da quella parte della
distanza, combattendo una realtà diversa, ma con la stessa stanchezza,
con la stessa impotenza
non è il luogo il problema, è
il "fuori tempo", quello di aver scelto, per crescere, il binario
sbagliato.
In ogni tempo ci sono più di una realtà nella quale posizionarsi
per partecipare alla corsa, a volte predomina una, altre volte un'altra; c'è
chi può scegliere, altri non hanno alternativa. Noi abbiamo scelto,
nel nostro tempo di crescere, il binario che sembrava portare al futuro, così
abbiamo studiato, ci siamo sensibilizzati, abbiamo rotto dei tabù,
abbiamo rinunciato a molte certezze, abbiamo trasgredito convenzionalismi,
ci siamo fabbricati degli ideali e abbiamo creduto in essi difendendoli in
molti casi con la vita, abbiamo sofferto ogni perdita, abbiamo applaudito
ogni conquista e improvvisamente il tempo si è preso gioco di noi mettendo
quel futuro, il presente di oggi, nel binario accanto, e la nostra scelto
è rimasta fuori dalla realtà, noi stessi siamo degli strani
personaggi che parlano un linguaggio arcaico, con vocaboli che sembrerebbero
essere stati eliminati dal dizionario, per essere sostituiti con altri più
attuali, più adatti alla vita contemporanea: mercato, consumo,
e
tanti altri.
Sì, noi, che ci eravamo preparati per muoverci in un mondo in cui l'uomo
sarebbe stato libero, un mondo in cui uno dei principali valori sarebbe stato
l'arte, il quale a sua volta doveva essere lo strumento della liberazione
dell'uomo, poiché non parlavamo di una librazione ottenuta con guerre,
rivoluzioni e morte ma della liberazione più assoluta che si possa
immaginare, quella che nasce all'interno di una persona, quella per la quale
un essere umano si può esprimere con ogni mezzo a disposizione, senza
alcuna repressione, né interna né esterna, ed eravamo convinti
che l'arma più efficace per quello fosse l'arte, in tutte le sue forme,
l'arte non già come attributo di una elite di pochi scelti che avevano
ricevuto, come "dono divino" il "talento", ma l'arte come
manifestazione umana basilare, ci siamo invece trovati immersi in un mondo
che dà ancora spazio a movimenti come il neo-nazismo e vediamo giovani
con la testa rapata che si giudicano il diritto di "fare giustizia"
menando e assassinando altri giovani semplicemente perché appartengono
ad una razza diversa, un mondo che non solo non riesce a sradicare la guerra
ma che sembrerebbe star vivendo un'intensificazione di quella pratica abominevole
e inumana. Un mondo nel quale la stupidità raggiunge livelli inimmaginabili
attraverso elementi che potrebbero aver avuto un utilizzo molto più
costruttivo: i mezzi di comunicazione; si parla di sensibilità e sentimento
e si fanno trasmissioni televisive in cui la signora che ha litigato col marito
dice davanti alla telecamere: "Torna, ti perdono" o cose del genere,
utilizzando l'imbecillità umana per fabbricare più imbecillità
umana; è un'industria machiavellica ma straordinariamente redditizia,
in cui con costi praticamente inesistenti si ottengono enormi guadagni e un
risultato tremendamente conveniente: l'anestesia generale della società.
Tutto questo io lo chiamo sovversione, perché è appunto un'inversione
dei valori che sono essenziali per l'essere umano; la politica, ad esempio,
una delle attività primarie dell'uomo dato che a che fare con la sua
necessità di organizzarsi, di darsi regole per raggiungere un funzionamento
il più perfetto possibile della società nel beneficio di tutti
ed ognuno dei suoi componenti. Nel nostro presente, invece, questo obiettivo
si è perso, e coloro che si dedicano alla politica si occupano di perfezionare
non la società ma la politica stessa, è una politica fin a stessa,
che dimentica completamente le reali necessità della società
per discutere su metodologie e sistemi più adatti
a fare politica;
è allucinante ed è ancora più allucinante se pensiamo
che coloro che dovrebbero essere i destinatari del lavoro dei politici, siamo
proprio noi. Invece di reagire contro questo non adempimento dei loro doveri,
reagire se non altro non lasciandoci coinvolgere nei loro "divorzi",
"innamoramenti", alleanze e "disalleanze", partecipiamo,
discutiamo tra di noi, difendiamo oggi questo e domani quello e continuiamo
a permettere che ci anestetizzino per non sentire il dolore di tutte le carenza
umane, essenzialmente umane, che ci sommergono.
Non mi sembra poi una cattiva idea quella di quell'attore che alla fine del
suo spettacolo si domandava perché qualche volta non danno l'opportunità
di governare agli artisti. Credo che almeno, come esperienza, sarebbe molto
più divertente.
Come non sentirci traditi da questo presente? Come non sentire il bisogno,
in un mondo al quale sembreremmo non appartenere, di trovare, almeno una volta
ogni tanto, un interlocutore con il quale poter comunicare senza dover stabilire
previamente tutto un codice di linguaggio?
Ed è lì dove nasce l'isolamento, la paralisi, il quasi autismo
nel quale ogni tanto cadiamo e dal quale soltanto una cosa riesce ancora a
riscattarci: l'affetto.
VIII. La vita
Sembra sempre così difficile dover abituarsi ad una assenza, sembra
così grande sempre la nostalgia eppure la nostra capacità di
adattamento sembra essere illimitata, è così tanta la nocessità
di sopravvivere che ci inventiamo ogni giorno la speranza, fabbrichiamo ogni
mattina l'illusione e così riusciamo a superare le assenze, le nostalgie,
la vita.
Siamo un cumulo di cicatrici e continuiamo a germogliare; siamo vivi. Non
so se torneremo ad incontrarci in qualche altro angolo de la strada e forse
non è importante, ciò che importa è che qualche volta
ci siamo incontrati e, come succede in tutti i rapporti profondi, ognuno di
noi ha dato qualcosa agli altri.
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