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nota:
considerata la diffcoltà di rendere alla perfezione alcuni suoni dialettali, ho preferito non complicare il testo con troppi segni di difficile lettura. Mi sono limitato ad evidenziare una sola, frequentissima lettera: la ë, il cui suono è assimilabile alla "e" muta francese.


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L'esigenza di compiere rituali in base allo svolgimento dei quali, desumere indicazioni per il futuro è un esigenza presente in tutti i popoli della terra. Spesso tali riti erano indirizzati ad avere responsi circa l'andamento del raccolto. Nelle nostre campagne era consuetudine, la sera della vigilia dell'Epifania, porre una foglia di ulivo sul suolo arroventato del focolare, accuratamente pulito dalla brace e dalla cenere. Il colono pronunciava le parole rituali:

Ndëvina mié, ndëvina,

dëmà è la prima Pasqua Bëfanìa:

dimmë lu cèrtë, dimmë lu virë,

dimmë lu virë, la vërëtà:

së va bbé la raccodda dë lu vì

Dopo di che, con il fiato sospeso attendeva il responso: se la vendemmia sarebbe andata bene la foglia, prima di bruciare, avrebbe screpitato e si sarebbe rivoltata. Se fosse bruciata senza rivoltarsi avrebbe significato che la raccolta non sarebbe stata affatto buona.




Nelle zone rurali, le ragazze curiose di conoscere il loro futuro, sono solite sfogliare margherite o altri fiori, dicendo:

Uommë bbè?

Uommë malë?

Më cugghiunë a fa l'amore?




Uno dei modi di prevedere il futuro, da ragazzi, era quello di tenere tra il pollice e l'indice, un nocciolo di ciliegia, poi si pronunciava la formula magica:

Cuocchië, cucchì,

dove vade a pëgghià maritë ì?

Stretto di più, l'osso sgusciava e a seconda della direzione si desumeva il paese dove la ragazza avrebbe trovato marito.